UN GIORNO DI OTTOBRE, DOPO LA GUERRA
Vidi il cavallo tendere le orecchie, il richiamo del
vecchio gallo, infastidito da quell’insolita invasione del suo territorio,
aveva distolto anche me, assorta nei miei pensieri. Ero seduta non sul solito
carro che ci portava ogni giorno nei campi, ma su una carrozza leggera come
quella del padrone, chiamata legnetto, che di solito lui usava per fare il giro
dei poderi. Lo vedevamo arrivare con la sua giacca pesante, la piuma sul cappello ed il frustino in
aria, passando veloce sopra le nostre schiene ricurve lungo i solchi e davanti
agli uomini con il cappello in mano. Quel giorno l’onore di stare sul legnetto
toccava a me, seduta accanto a mio marito; il cavallo cominciò a muoversi uscendo dall’aia. Io ero silenziosa e
spaesata; avevo ancora il vestito da sposa e un mazzolino di fiori che mia
cugina mi aveva messo in mano poco prima, sotto quel loggione che aveva
protetto la mia infanzia e che adesso lasciavo per avventurarmi in un mondo che
non conoscevo, accanto ad un uomo che non conoscevo.
Dietro di noi si stava formando il corteo di amici e
parenti, a piedi, radunati a gruppi su legnetti e carri o appoggiati alle
biciclette.
Esitai molto, dopo che il cavallo prese a trottare,
mi sentivo come stordita, ma infine trovai la forza per voltarmi un’ultima
volta e ti abbracciai con lo sguardo, casa mia. Sentii una stretta al cuore.
Un’angoscia profonda mi premeva dentro.
La mia infanzia, le mie poche sicurezze, l’unico luogo in cui mi ero
sentita protetta, tutto si stava allontanando insieme a te in mezzo a quell’aia
dove avevo corso e scoperto la vita, davanti a quell’olmo che faceva da
sentinella ombrosa in estate e da compagno silenzioso in inverno. Quante sere
sotto le sue fronde il nonno mi aveva parlato, consolato, sollevato dalle paure
e dalle angosce di quella bambina ingenua che ero.
Ma tu non c’eri più, nonno, te ne eri andato con la
guerra, insieme ai sogni, alle illusioni di una stagione di giovinezza che noi
passammo nelle case in attesa di notizie, mentre i nostri giovani combattevano,
soffrivano e morivano tra genti sconosciute, in paesi di cui non sapevamo
pronunciare neanche i nomi.
Quel giorno d’autunno, il 10 ottobre 1947, il giorno
del mio matrimonio, la guerra era ancora così vicina con tutti i suoi
strascichi di lutti e privazioni, ma già tanto lontana con quella ventata di
sogni e speranze che la sua fine aveva riacceso.
Ma quella mattina ero così confusa, fuori di me, non
mi rendevo bene conto di quello che mi stava succedendo. Ero assente, mi
sentivo spettatrice e non protagonista.
Da quando mi ero alzata, avevo fatto tutto senza
rendermene conto, senza ascoltare i miei sentimenti, senza ascoltare quella
muta voce che mi diceva: “Come fai a sposare quest’uomo che non conosci, che
non ami?”. Come era potuto accadere che la mia vita fosse scivolata verso
l’altare senza che io avessi mai deciso realmente di farlo?
Sentivo un gran vuoto dentro, non avrei mai avuto il
coraggio, non avrei mai trovato in me, da sola, la forza per tirarmi indietro.
E non avevo nessuno con cui confidarmi. Com’è triste e duro non poter
condividere le pene e le scelte con qualcuno di cui hai fiducia. Ero incapace
di rivelare i miei sentimenti ai miei familiari, ero certa che non avrei saputo
spiegarmi e che comunque non mi avrebbero capito. Quello era uno dei momenti
della vita in cui contano più le circostanze e le convenienze che i sentimenti
o i desideri personali.
Ricordo ancora quella giornata grigia e tiepida da
mezza stagione. Il cielo era invaso da grossi nuvoloni dietro i quali il sole
giocava a fare nascondino.
Alle nove di mattina parenti e amici già
cominciavano ad arrivare in casa, e tutti giravano in confusione tra l’aia e la
cucina. Le occasioni per fare una scorpacciata erano sempre rare in campagna, e
un matrimonio era quello che ci voleva per far vivere una giornata di lusso a
tanti che mangiavano la carne solo una volta al mese.
Io ero in camera mia e stavo aspettando Annetta, la
sarta che mi aveva cucito l’abito da sposa. Per la prima volta in vita mia
avrei avuto anche le cure di una parrucchiera.
Certamente sentivo l’affetto che mi veniva da tutto
quell’affaccendarsi intorno a me, tutti mi chiedevano se avevo bisogno di
qualcosa, tutte le donne venivano a fare capolino per dare consigli, per
suggerire particolari, ma in fondo non facevano che aumentare la mia
confusione. Apprezzavo quell’eccesso di attenzione, era come se in un solo
giorno volessero compensarmi dei riguardi di cui ero stata privata da sempre;
ma nel mio animo, invece, tutto mi dava fastidio. Mi sentivo a disagio, mi
sembrava tutto irreale, una cosa che non poteva succedere a me. A me che avevo
sempre sognato di sposarmi con un bel vestito bianco e che volevo per marito un
vero principe azzurro, non certo per la bellezza o per le ricchezze, ma per
l’animo e il sentimento. Un uomo, cioè, che davvero mi volesse bene e volesse
il mio bene insieme al suo, che fosse in grado di darmi quella protezione e
quella sicurezza che avevo sempre desiderato e sognato. E così non potevo non
pensare a Gino, quel primo amore dei miei diciassette anni, quell’unica
passione tenuta sempre nascosta dentro me e svanita con la guerra prima che
potesse diventare qualcosa di più.
Cercavo di immaginare lui lì al mio fianco. Ma così accrescevo lo stordimento,
e sentivo svanire le forze pensando che stavo per andare in chiesa mentre da
ogni angolo del mio cervello rimbalzava una voce che mi gridava di non farlo.
Ma quello doveva essere il mio destino.
Tra le tante rinunce c’era stata anche quella al vestito
bianco, un lusso che ai contadini non era permesso. Chissà quante chiacchiere
avrebbe provocato poi una figlia di contadini che avesse sceso le scale con il
velo e lo strascico. Comunque il problema nemmeno si pose perché da subito
apparve chiaro che nessuno era disposto a soddisfare un desiderio del genere,
che rientrava nella trattativa tra le famiglie.
A quei tempi il matrimonio in una casa contadina
veniva organizzato dagli anziani delle famiglie coinvolte, e pertanto, un mese
prima della data fissata, il capofamiglia della casa dello sposo era invitato a
casa della sposa.
Così, giunto il momento, una sera venne a cena in
casa nostra nonno Sebastiano, che era il capofamiglia di quella che sarebbe
diventata anche la mia nuova famiglia, nonno del mio futuro marito. Era un tipo
burbero, con grandi baffi bianchi come tutti i vecchi di allora. Dopo cena gli
anziani della mia famiglia rimasero a tavola con lui e cominciarono a parlare
dei particolari del matrimonio. Io rimasi in disparte, seduta a un lato della
cucina: nessuno mi guardò, nessuno mi prese in considerazione. Tra un bicchiere
di vino e l’altro la discussione si animava perché ognuno voleva far rispettare
le usanze della propria famiglia e cercava di ricavare qualche vantaggio nella
spartizione delle spese e degli oneri. Nella mia famiglia, per esempio, i miei
cugini che si erano sposati prima di me avevano introdotto l’uso di regalare
vestito e soprabito alle future spose, e i miei familiari, che si erano
caricati delle spese per l’abito di quelle ragazze venute poi in casa, non ne
volevano sapere di fare il vestito anche alla femmina che da casa se ne sarebbe
invece andata. Ma la famiglia del mio promesso sposo era ancora legata alle
vecchie tradizioni e il testardo nonno Sebastiano per buona parte della serata
non sembrò intenzionato a cambiare quello che in casa sua si era sempre fatto
alla stessa maniera. Con la sicurezza di chi sa che non può essere obbligato,
non volle, all’inizio, prendere nemmeno in considerazione la cosa, e puntò piuttosto
a parlare del corredo, per conoscere i particolari. Voleva sapere da quanti
pezzi era formato, dove era contenuto e se sarebbe stato mandato a casa dello
sposo una settimana prima del matrimonio come era usanza. E poi c’erano le
fedi, la catenina, i pranzi e il rinfresco. Io avrei voluto scomparire: avevo
la sensazione di rivedere gli incontri dei sensali alla Fiera di San Lorenzo,
quelle discussioni tra chi comprava e chi vendeva una mucca o un vitello. Fino
ad allora mi ero sempre disinteressata di come i miei parenti si fossero
comportati in eventi simili, e quella fu la prima vera delusione che ebbi dalla
mia famiglia. Mi sentivo come una bestia al mercato, lì si discuteva del mio
futuro, dei miei sogni e nessuno era nemmeno sfiorato dall’idea di consultarmi,
di sentire il mio parere.
In pochi minuti ebbi la coscienza che non solo non
avrei mai avuto l’abito bianco che avevo sempre sognato, ma che probabilmente
non avrei saputo fino all’ultimo momento come mi sarei vestita e grazie a chi.
Tra offerte e ritrattazioni vedevo apparire e scomparire le scarpe, promettermi
e rifiutarmi il soprabito, presentarsi e subito svanire il vestito.
Io che avevo sempre dato tutto alla mia famiglia,
che non avevo mai pesato i sacrifici e le rinunce, che avevo aspettato la fine
della guerra combattendola in casa come al fronte, che avevo accettato tutto
quello che il destino mi aveva inviato senza lamentarmi troppo, avrei voluto,
in quel momento per me così importante, un po’ di gratitudine. Ma quello che io
sentivo riguardava solo me, dal momento che gli interessi e i limiti di una
famiglia contadina povera e numerosa erano più vincolanti dei desideri di
un’ingenua, accomodante, arrendevole ragazza qual ero allora.
Così l’incontro finì con un accordo zoppo, perché
nonno Sebastiano, cercando di salvare il salvabile delle sue vecchie usanze, si
sbilanciò fino ad accettare che la sua famiglia mi regalasse il soprabito e le
scarpe. Ma per il vestito e le calze dovevo arrangiarmi da me, visto che loro
non volevano farlo e la mia famiglia lo riteneva un onere eccessivo.
Quella sera ero dunque andata a letto triste e
frastornata, col mio sogno vestito solo di solo un soprabito e un paio di
scarpe.
E la delusione riguardava soprattutto la mia
famiglia, quella che io ritenevo la mia sicurezza, la rosa profumata e bella da
sfiorare e da curare che d’improvviso ti punge con una spina nascosta, ti
ferisce l’anima e il cuore. Zia Natalina, nonno Santino, come mi siete mancati
quella notte, avrei voluto morire. La zia Natalina avrebbe fatto valere di più
le mie ragioni, e con lei le cose si sarebbero certo aggiustate per il meglio,
lei aveva carattere, e quello che decideva era indiscutibile. Lei mi aveva
organizzato e preparato il corredo, con quella sua sorprendente capacità di
pensare a tutto e a tutti, di anticipare i problemi, di trovare la via sempre
giusta ed equa perché ognuno avesse quello di cui aveva bisogno. Ma tu, zia
Natalina, non c’eri più, ripagata da un ingiusto destino per tutto il bene che
avevi fatto nella tua vita.
La soluzione la trovò la mia futura suocera che era
di animo buono e generoso, mettendosi d’accordo con il mio fidanzato per
comperarmi quello che mancava, cioè vestito e calze. Andarono dunque insieme a
Torgiano, al negozio della signora Ada Stocchi, che era il più fornito del
circondario. Scelsero una stoffa amarena chiaro per il vestito e una blu per il
soprabito, e le consegnarono alla nostra sarta, l’Annetta, che conosceva le mie
misure ed era anche molto brava nel fare i modelli. Una scena simile si ripeté
quando si dovettero comprare le fedi e la catenina che mi sarebbe stata
regalata dalla famiglia dello sposo. Con il legnetto guidato da nonno
Sebastiano arrivammo a Perugia e per la prima volta nella mia vita mi trovai a
fare un pezzo di strada a piedi in quello che era considerato il salotto della
nostra regione: Corso Vannucci. Lì c’erano i negozi più famosi e i bar più
eleganti, i pochi alberghi e le uniche gioiellerie di tutto il circondario. In
una traversa in fondo al corso detta Via Nova, davanti al gioielliere più
famoso della città, Biagini, c’era un’altra gioielleria, più piccola ma
altrettanto frequentata, quella di Tregli, il cui ingresso incuteva meno
soggezione di quello del dirimpettaio. Lì fui accompagnata per scegliere le
fedi, ma io non feci altro che mettere a disposizione il dito per la misura,
tutto il resto lo fecero nonno Sebastiano e mia suocera. La mia fede sarebbe
stata d’oro, ma per quella dello sposo era sufficiente l’argento, poi scelsero
per me una catenina né grande né piccola, e infine l’orefice fece il conto. Io
stavo in disparte timida e silenziosa, ma mi sentii ancora più a disagio quando
nonno Sebastiano cercò di trattare sul prezzo come era abitudine diffusa. A lui
sembrava normale, ma lì in città i negozianti già guardavano con sufficienza e
un po’ di disprezzo i contadini che venivano a fare acquisti con vestiti e
scarpe che dichiaravano esattamente la loro condizione. Quanto poi a favorirli
nei prezzi, non ci pensavano nemmeno. Così Tregli lasciò parlare un poco il nonno
e poi tagliò corto dicendo: “Guardi che qui non siamo al mercato delle bestie,
il prezzo dell’oro non lo faccio io ma lo fa la bilancia. Tot peso, tot soldi!
Se vi sta bene è così e sennò... amici come prima”. Quel giorno mi resi conto
di come mi sentivo straniera in città: quanto bastava poco per farmi sentire
fuori posto se non ero nella mia casa insieme alla mia famiglia. Proprio quella
famiglia che invece stavo per lasciare.
Vidi il vestito che avrei indossato il giorno più
importante della mia vita quando l’Annetta venne a farmelo provare; il taglio
mi sembrò molto carino, tutto intero ma con uno sdoppiamento in vita che lo
faceva sembrare un tailleur. Devo anche dire che mi stava molto bene addosso,
ero giovane e avevo ancora un bel personale.
Così quella mattina, aspettando la sarta con il
vestito finito, seguitai a restare chiusa in camera, era l’ultimo rifugio,
avevo ancora poche ore prima di venire gettata in una vita che non conoscevo e
non sapevo immaginare. Guardavo le pareti, i mobili, il letto che già non era
più mio, e sentivo dentro lo strappo al pensiero che stavo lasciando quella
casa che era sempre stata tutto il mio mondo, in cui avevo vissuto tutte le
emozioni belle e brutte dell’infanzia e dell’adolescenza. Non avrei voluto
lasciarti così, casa mia! Avevo sempre immaginato che il giorno del mio
matrimonio sarebbe stato una vera festa, sarei stata emozionata, commossa. Mi
sentivo spaventata invece, travolta, tradita dal destino e dalle circostanze.
Maledetta guerra, maledetta guerra schifosa che aveva trascinato via tra
angosce, morte e dolore gli anni più importanti. Che aveva portato via in
divisa Gino, il mio amore, del quale non avevo più saputo niente. Che mi aveva
fatto lavorare come una bestia, rendendomi quegli anni di vita così brutti da
farmi rimpiangere quelli che avevo sempre ricordato come i peggiori. I miei
quattro cugini erano stati richiamati, e con loro il resto della gioventù della
zona partì per il fronte. Tra pianti e disperazione tutti i ragazzi dai 19 ai
25 anni se ne andarono in poco tempo, lasciando famiglie senza braccia e
ragazze da marito senza scelta.
Molti di loro non si erano mai allontanati prima
d’allora dal paese, erano a malapena in grado di scrivere il proprio nome e non
sapevano perché andavano a combattere. Ma la cosa ancora più triste era che
quasi tutti erano figli della guerra, tutti ragazzi nati tra il 1918 e il 1921
dai reduci della Grande Guerra che tornavano alla vita dalle loro mogli e
fidanzate dopo lo spaventoso bagno di sangue di qua e di là dal Piave. Tutti
quelli che si erano salvati dalle trincee del Carso e dai campi di prigionia
austriaci tornarono a casa con la morte dentro, e cercarono di sconfiggere quel
triste sentimento generando figli su figli. Quelle famiglie numerose che tanto
piacevano al Duce erano la nuova speranza di quei padri segnati dal sangue
delle baionette, erano le nuove braccia per campi sterminati, e finirono per
essere i nuovi moschetti di quella guerra maledetta.