INTERVISTA  A RINA GATTI
DA PARTE DEGLI STUDENTI DELLE CLASSI IIIA E IIIB
SCUOLA MEDIA DI TORGIANO

D. Quando e perché le è venuto in mente di scrivere un libro sulla sua vita?
R. All’inizio io non pensavo affatto di scrivere un libro; sentivo dentro di me il bisogno di scrivere e, dopo la pensione, cominciai a mettere su qualunque foglio o agenda mi capitasse le impressioni che avevo sul mondo e sulla natura. Poi cominciai a frequentare delle riunioni di un’associazione di donne anziane come me e lì ci furono occasioni di scrivere e leggere insieme poesie e riflessioni. I commenti positivi su quello che scrivevo e l’incoraggiamento ad andare avanti mi hanno sostenuto nella difficile prova di ricominciare una cosa che avevo abbandonato ormai da cinquant’anni, visto che le ultime cose scritte da me erano le lettere ai miei cugini prigionieri di guerra.
Un’estate poi fui invitata al mare a Santa Severa, dove c’era mia sorella; io non ero mai stata in vacanza al mare, e per me fu uno schok. Ero così inibita che mi vergognavo a mettere il costume, e mi trovavo un po’ a disagio in mezzo a tutta quella gente che riempiva la spiaggia, giovani e vecchi insieme, tutti mezzi nudi, abbracciati, confusi, così liberi e disinvolti che mi facevano sentire come di un altro mondo. Mi chiesi se davvero io venissi da un altro mondo, o, perlomeno, mi veniva da chiedermi dove avevo vissuto fino ad allora se il mondo era potuto cambiare così tanto senza che io mene rendessi conto. Così preferivo alzarmi all’alba e godermi la spiaggia ed il sorgere del sole quando non c’era nessuno, e potere così riflettere su tutte queste cose che mi avevano colpito.
Proprio lì andai un mattino da un tabaccaio a comperare un quaderno ed una penna, con la seria intenzione di ripercorrere la mia vita a ritroso per cercare di capire come mi ero potuta trovare in quella condizione e per cercare di dare un senso a tutto quello che confusamente mi si affollava in testa, tra memoria, nostalgia e paure.
E’ stato così naturale ricominciare dall’inizio, e poi tutto e venuto fuori da sé, come se i ricordi fossero sempre stati lì, pronti in attesa di essere rievocati. Così è nata la raccolta di quaderni, tutti scritti a penna, che poi hanno dato origine a questo e agli altri libri.

D E’ stato difficile ricordare la sua infanzia e la sua adolescenza? Ma è veramente tutto così vivo nella sua mente?
R. Non è stato affatto difficile, come dicevo tutto mi è tornato in mente con una facilità che ha sorpreso anche me. Io sono tornata bambina, mi rivedevo lì, nella campagna accanto al Tevere, come ero allora, mi sentivo nei panni di allora, mi sembrava di sentire ai piedi gli zoccoli di allora. Tutto era così vivo, così presente, come se rivedessi la mia vita in un film; ancora meglio però perché io potevo risentire anche gli odori, i rumori, i silenzi della nostra campagna, il senso di appartenenza alla mia famiglia, la sensazione della condivisione di un comune destino, tutti insieme nel nostro podere, uomini e animali.

D. Cosa ha provato nel rivivere tutte le esperienze che racconta?
R. Una sensazione molto positiva, una grande emozione, cose che mi hanno dato la forza per andare avanti nello scrivere e nel ricordare

D. Dal suo libro emerge che i genitori non parlavano molto con i figli, soprattutto le mamme con le figlie. Anche lei si è comportata così con i suoi figli?
R. No, assolutamente. Allora c’era una forma di vivere insieme nelle famiglie che era condizionata da regole non scritte, ma durissime, regole legate alla morale e alla religiosità che si applicavano a tutti gli aspetti della nostra vita, ed entravano anche nei rapporti più intimi. Davanti a certi argomenti scattava un senso di vergogna che era più forte di qualunque altra cosa, più forte persino dell’affetto tra madre e figlia. E sì che di affetto ce n’era, a modo loro, con i pochi mezzi a disposizione, i rapporti erano molto affettuosi, c’era un amore vero e profondo tra le coppie e verso i figli che sopravvivevano, ma davanti ad argomenti come i rapporti tra uomini e donne, o su questioni intime c’era imbarazzo e chiusura a volte totale.
Con i miei figli io invece ho sempre cercato di comportarmi come un’amica, con loro ho sempre cercato il dialogo, mettendo l’amore davanti a tutto.

D. Trova migliore la società di ieri o quella di oggi?
R. Non si può rispondere in un modo deciso, perché nel mondo di oggi ci sono stati dei progressi e dei vantaggi per tutti che erano impensabili ai miei tempi. Anche per gli anziani ad esempio la vita è migliorata tantissimo, una volta si era vecchi già dopo i 50 anni, si arrivava a quell’età già quasi senza denti, stanchi e malandati. Adesso invece sembra che la vita possa cominciare dopo i 50 anni, con la pensione, i viaggi, il tempo libero, l’Università della Terza Età. Quindi tante cose sono migliorate, ora quasi non muoiono più bambini nei primi anni di vita, io invece ho avuto due fratelli morti prima di me e uno dopo. Certo questo benessere e questo progresso ha un prezzo che io vedo pagato ogni volta che guardo al telegiornale quante giovani vite si schiantano con le auto, o quanti si fanno trascinare e distruggere dalle terribili droghe. Insomma c’è tanta violenza, tanta ambizione, tanta ingordigia di denaro e di potere in questo mondo che le cose buone passano quasi in secondo piano e mi viene da rimpiangere il mondo in cui sono nata dove i rapporti erano forse più semplici e a volte più rudi, ma fondati su sentimenti veri e non inquinati da tutte queste depravazioni.

D. Cosa ha provato quando ha dovuto lasciare la sua casa?
R. E’ stato come strapparmi via un pezzo di cuore, lì c’era tutto il mio mondo, le mie sicurezze e quanto erano importanti per me l’ho realizzato proprio quando ho dovuto abbandonarla. Se leggete il secondo libro “Stanze Vuote, addio” potrete rivivere tutto quello che ho provato, io come tutta la mia generazione, tutti quelli che in quegli anni, per un motivo o un altro, dovettero abbandonare le campagne.

D. E’ stato difficile per lei, dopo tanti anni, mettersi a scrivere questo libro?
R. All’inizio sì perché  ho dovuto imparare di nuovo a scrivere in un modo che avevo abbandonato dai tempi della scuola ed avevo ripreso solo ai tempi della Guerra Mondiale. Ma volevo che i miei figli e i nipoti, se mai fossero venuti, potessero conoscere il nostro mondo, quel mondo che ha dato origine a tutto quello che abbiamo ora. Un mondo bello dal punto di vista della natura, ma durissimo per noi che dovevamo viverci in condizioni a volte peggiori di quelle che vediamo ora nel Terzo Mondo. Un mondo però anche pieno di esperienza, che rispettava i ritmi della natura, che era fondato sulla solidarietà tra familiari e tra vicini, un mondo che era rimasto quasi immutato per secoli fino ad allora. E in quella lotta per la sopravivenza noi non ci siamo mai arresi, sempre con fede, con speranza, con amore abbiamo lavorato oltre ogni immaginazione perché i nostri figli potessero avere un futuro migliore. E ci siamo riusciti, ma per era duro e ingiusto vedere che gran parte dei giovani invece ignorano e non si curano di conoscere il nostro recente passato, così ho pensato che fosse utile scrivere questi libri e lasciare una memoria così per le generazioni future, come un seme che prima o poi, nelle anime e nei cuori più sensibili, germoglierà.

D. Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?
R. Da quando ho iniziato a scrivere per ripercorrere la mia infanzia a quando è stato pubblicato il secondo libro, sono passati dieci anni

D. Le manca molto la vita di campagna e la famiglia patriarcale?
R. Mi manca molto il contatto con la natura, specialmente quello che ho scoperto andando in pensione, conoscendo il mare, le montagne, i parchi, vivendo la natura solo nel suo lato bello e non come la madre-matrigna di quando lavoravamo senza posa la terra in ogni stagione, come ho scritto anche nella mia poesia Ombre Silenziose.
Ho sempre amato la natura e le bellezze del creato ma in questi ultimi anni sento di apprezzarle come non mai, e per questo facevo, quando la salute me lo permetteva, delle lunghe passeggiate nel parco vicino casa mia, la mattina all’alba, quando non c’è nessuno tranne gli uccellini più mattinieri.
La vecchia famiglia  contadina era certo bella, viva, protettiva ma tutt’altro che rose e fiori. Per noi donne specialmente significava essere sempre le ultime, obbedire, lavorare e fare figli; significava accollarsi tutto il peso della casa oltre che partecipare ai normali lavori nei campi, accudire bimbi ed anziani, mariti e zitelli; nella famiglia i maschi non sposati avevano comunque diritto all’attenzione delle cognate oltre che delle proprie mamme.
Allora non si conosceva altro tipo di famiglia e quindi era normale vivere così numerosi insieme condividendo praticamente tutto, perché era difficile avere un segreto o qualcosa di riservato; ma non ci sentivamo male per questo e purtroppo, la mia esperienza successiva, quando formai una mia famiglia abbandonando il nostro podere mi fece rimpiangere molte volte il calore e la sicurezza che provavo da bambina. Se leggerete il secondo libro conoscerete come andarono le cose dopo la guerra quando tutte quelle famiglie numerose si sciolsero e il mondo cambiò.

D. Può raccontarci la sua esperienza durante la II Guerra Mondiale?
R. La II Guerra Mondiale fu dura per noi come per quelli che erano al fronte. Dovemmo dall’inizio lavorare il doppio, perché, anche senza uomini, il podere e gli animali avevano le stesse esigenze, il padrone aveva le stesse pretese per cui donne, bambini e anziani dovettero sobbarcarsi il lavoro che prima era fatto dagli uomini di casa. Poi cominciarono i problemi legati all’occupazione tedesca ed al passaggio del fronte, tra i saccheggi delle truppe regolari e gli assalti e le ruberie degli sbandati, il continuo timore per le violenze dei fascisti e dei nazisti verso i civili e naturalmente verso le donne.
Se leggerete il mio secondo libro ci troverete degli episodi molto interessanti e belli sul vostro territorio, sul fiume durante la  Guerra, sulla distruzione della torre prima e del ponte di Pontenuovo poi.

D. E’ solita raccontare ai suoi figli e ai suoi nipoti la sua infanzia?
R. Quando erano piccoli raccontavo spesso ai miei figli della mia famiglia ed nostro podere, e adesso anche racconto della mia infanzia al mio piccolo nipote. E proprio raccontando mi è venuto il desiderio di scrivere anche questi ricordi, perché in questo mondo non tutti i giovani hanno la fortuna di avere nonni che parlino con loro e che gli raccontino com’era il mondo prima che loro nascessero. Così ho pensato che fosse importante raccontare il nostro mondo perché voi giovani possiate capire le differenze e perché, confrontandolo con il vostro mondo, possiate apprezzare tutti vantaggi, le comodità, la grande fortuna di essere nati adesso, ma valutando anche che tutto questo non è stato un regalo del cielo ma il frutto dal lavoro e dei sacrifici di coloro che ci hanno preceduto, della loro umiltà, della loro costanza nel voler costruire per i loro figli e nipoti una vita meno dura. Quindi non date per scontato quello che avete, ma apprezzatelo e conservatelo.

D. Se potesse andare indietro nel tempo, che cosa cambierebbe della sua vita?
R. Cambierei tante cose, darei ascolto di più ai miei sentimenti e non accetterei più di mettere la mia vita nelle mani degli altri. Ma non è possibile tornare indietro e perciò sono anche orgogliosa di quello che ho fatto e di averlo fatto da sola.

D. Le è più capitato di vivere esperienze come quella della “scena degli amanti”. Come ha reagito?
R. Quel senso di pudore e di vergogna che ci inculcavano da piccoli non mi è ancora andato via. Io sono stata sempre tollerante verso gli altri ma non riesco a trovare naturale vedere gli altri fare alla luce del sole, sulla spiaggia o per strada cose che noi non  avremo nemmeno osato immaginare. Comunque non li condanno, se sono felici è giusto che i giovani esprimano il loro affetto anche in pubblico. Magari quelli di una certa età che li vogliono imitare mi sembrano un po’ ridicoli. Gli amanti poi, quando sono storie strane o indecenti, anche adesso fanno ribrezzo, come si vede spesso nei giornali.

D. Rimpiange ancora di non essere andata, quell’estate, alla Festa di San Lorenzo?
R. Quella festa mancata è stata la mia più cocente delusione, tanto cocente che, se ci penso, ancora adesso provo rabbia nel ricordare quel brutto scherzo del destino. Per anni mi è rimasta nel cuore la spina di quell’occasione perduta, a quell’età è facile fare un tragedia per una cosa come quella, specialmente per noi che di occasioni ne avevamo così poche. L’entusiasmo, l’emozione, la gioia che avevo dentro nello scendere le scale con il mio primo vestito nuovo, tutto  fu amaramente distrutto in un momento solo. Se ci fossi andata, chissà, la mia vita avrebbe potuto andare diversamente.

D. Ha più rivisto Gino?
R. La risposta è sì, ma tutto è avvenuto in un modo così sorprendente che non voglio togliervi il piacere di scoprirlo quando leggerete il secondo libro.

D. Può dirci che cosa significava per la sua famiglia vivere vicino al fiume Tevere? Ha qualche esperienza da raccontarci in proprosito?
R. La presenza del fiume era di grande importanza allora, pur con la sua doppia faccia dato che averlo vicino era spesso una benedizione visti i lavori e i servizi che facevamo usando la sua acqua, ma poteva diventare una vera maledizione quando la brutta stagione lo faceva uscire dal suo letto ed arrivare così ad invadere i nostri campi. Quante volte dovemmo ripetere la semina del grano più e più volte perché il  Tevere era straripato e si era portato via tutto il nostro seminato. Per non parlare di un’estate in cui la piena traboccò proprio durante la mietitura, e assistemmo impotenti alle acque fangose che sollevavano i covoni del nostro grano appena mietuto per portarlo via lungo la corrente. Che corsa facemmo fino ai piloni del vecchio ponte di Pontenuovo nella speranza di intercettare lì qualcuno dei fasci di grano prima che si perdessero definitivamente. Per fortuna la nostra casa non era direttamente minacciata, ma c’erano altre case di contadini costruite proprio accanto all’argine che avevano il destino segnato; ad ogni piena rischiavano di trovarsi l’aia sommersa e quindi di perdere tutte le bestie, trovandosi in poco tempo  l’acqua a metà delle scale. Certo il fiume era anche il raro piacere di qualche bagno, specialmente per i maschi, noi per entrarci dovevamo aspettare qualche lavoro, come sciacquare la biancheria o andare a macerare la canapa. E vi assicuro che entrare dentro l’acqua con le nostre lunghe gonne ed i mutandoni fino al ginocchio che si appiccicavano alle gambe, non era proprio un piacere, ma le occasioni per lavorare e scherzare con i maschi erano poche, per cui tra schizzi e dispetti passavamo qualche ora divertente. Nel mio secondo e nel terzo libro racconto molti episodi legati al fiume e a quello che rappresentava  nel nostro piccolo mondo, racconto anche tutti i particolari di come si curava la canapa grazie al fiume e, nel secondo libro, c’è un capitolo che si intitola “La Passerella” che narra un giorno particolare in cui mi trovai a combattere tra la furia dell’acqua vorticosa del fiume e la furia dell’acqua del temporale che non cessava di cadere dal cielo. Dite alle vostre professoresse che ve lo leggano e vi renderete conto di che cosa poteva diventare, allora, una cosa apparentemente semplice come passare da un lato all’altro di un fiume.

D. Cosa pensa dei giovani d’oggi?
R. I giovani sono sempre il futuro di ogni generazione, sono il nostro domani, quindi è giusto ed è anche un po’ un dovere dare loro fiducia, certo che adesso il mondo è molto più pieno di tentazioni, di illusioni e di trappole tragiche rispetto a quando eravamo noi i giovani. Vedere tutti questi ragazzi così liberi, così emancipati, indipendenti e spesso disubbidienti mi fa preoccupare e mi mette in ansia per loro e per i loro genitori. Vedere le assurde morti del sabato sera o le tremende cadute nell’inferno della droga mi fa male come se ogni vittima fosse un figlio mio.
Quello che trovo sia sbagliato e vedere nei giovani dare tutto per scontato, il benessere in cui nascono, la salute di cui godono, quello che ricevono dalle loro famiglie fino a che non sono adulti.

Tutto questo non devono faticare per averlo e quindi finiscono tante volte per non apprezzarlo, è facile disprezzare le cose ricevute prima ancora di essere desiderate e in questo c’è la responsabilità dei genitori, perché sono loro che dovrebbero far capire ai loro figli il valore di quello che hanno, cominciando dalle cose semplici, come avere l’acqua corrente in casa, o il riscaldamento o il cibo in tavola semplicemente a richiesta. Tutte cose che non solo i bambini che noi eravamo non hanno mai conosciuto, ma che ancora adesso sono un sogno per tante persone in giro per il mondo. E invece qui da noi possono succedere tragedie per una delusione o per un desiderio non realizzato. Ma io non mi sento di criticare i giovani, loro ci sono nati su questa altalena, ci si sono trovati bene e quindi continuano ad andarci, e non li possono criticare se non vogliono scendere; ma qualcuno deve prendersi la briga di dirgli chi l’ha messa in piedi questa altalena e quanto può durare.