Rina Gatti, la scrittrice contadina

  1. Scomparsa nei giorni scorsi una della voci più autentiche, e trascurate, del nostro panorama letterario –
  2. di Arrigo Levi dal supplemento del Il Sole 24 Ore di domenica 21 agosto 2005

Nel quadro delle opere letterarie italiane a cavallo fra i due secoli i due libri autobiografici Stanze Vuote e Stanze Vuote, addio di Rina Gatti – scomparsa pochi giorni fa all’età di 82 anni - costituiscono un unicum. Per diverse ragioni.
 La prima è che Rina Gatti – la sola scrittrice contadina italiana -  non ha scritto una sola riga delle sue straordinarie rievocazioni di un’epoca e di un mondo che oggi ci appaiono così lontani, e che sono pur vicini nel tempo, fino al 18 agosto del 1988; quando, all’età di 65 anni, nella prima giornata d’ozio di tutta la sua vita, in un “gradevole ostello” di Santa Severa per giovani, per famiglie, e per malati non autosufficienti, dove i suoi due figli hanno voluto farle trascorrere la prima vacanza della sua vita, si ritrova, senza aver nulla da fare tutto il giorno, a guardare il mare,  quasi smarrita.
 E’ sopraffatta da un’onda di memorie, di emozioni , “non più arginate dalla diga del fare quotidiano”; sente che quell’onda sta per sommergerla; d’istinto, entra da un tabaccaio per comprare una penna e un quaderno a righe, e comincia a scrivere, per calmare l’agitazione della mente, “per mettere un po’ d’ordine nella confusione di sensazioni e di ricordi di una vita”, che “non sa come giudicare”. Da quel momento non smette più di scrivere; e con l’aiuto dei figli, che l’affiancano nel mettere un po’ d’ordine in quel fiume di parole che le escono dal cuore, dà vita a un racconto autobiografico, raccolto e diviso in due libri, in cui riporta alla vita tutto un mondo: il mondo contadino dell’Umbria tra le due guerre, quasi arcaico nelle regole di una vita dura di lavoro, ma ricco di valori e di affetti; e poi il mondo difficile del dopoguerra di una famiglia contadina che, lasciato il lavoro dei campi, cerca di sopravvivere in una realtà sconvolta da un “progresso” di cui loro rimangono sempre ai margini.
Rina nasce nel 1923 vicino a Torgiano, in provincia di Perugia, in una numerosa famiglia contadina, in una grande e bella casa colonica, sita al centro di un vasto podere, non lontano dalle rive del Tevere. Studia fino alla quinta elementare, perché la maestra insiste che non si fermi alla terza. Ha, bambina e adolescente, una vita intensa e piena: vita tipica di una famiglia di mezzadri, vita di un lavoro che non conosce momenti di riposo neppure per i ragazzi. Meno che mai per le ragazze, coinvolte, oltre che nell’aiuto ai lavori dei campi, nel far da balia ai fratellini più piccoli (quelli che sopravvivevano ai primi mesi e  anni di vita erano in media uno su due, nell’Italia contadina d’allora); nei lavori di casa; nella tessitura, cucitura  e  ricamo dei capi del corredo indispensabile per trovare un giorno marito.
La sua è una vita condizionata dalle dure e antiche regole del suo mondo e del suo tempo, ma che si svolge al sicuro nella grande casa, nella grande famiglia, ben governata dai vecchi, senza slanci affettivi ma in un’atmosfera di armonia, nel rispetto doveroso del padrone, e del Signore. Di quella vita proverà fin che vive una incurabile nostalgia, che contribuirà a mantenere vivi e nitidi i suoi ricordi. Rievoca ogni momento della giornata normale di lavoro, dall’alba al tramonto, così come ricorda ogni dettaglio dei grandi eventi – la mietitura, la battitura, la visita alla fiera – che scandiscono l’anno contadino; e ricorda ogni momento della storia dei suoi sentimenti, le paure, gli stupori, le gioie che accompagnano ogni passaggio della vita della bambina che si fa adolescente, e poi donna, e poi sposa, purtroppo infelice, infaticabile nella difesa dei figli, sempre nel timor di Dio e nel rispetto del prossimo.
Anche chi non è umbro, ma ha conosciuto in prima persona da bambino,  in altre regioni d’Italia, la vita delle campagne negli anni trenta, trova nelle rievocazioni di Rina Gatti straordinarie somiglianze con i propri ricordi: la civiltà contadina, almeno fra Toscana ed Emilia, era una sola, antica e immutabile nel tempo. E invece quella civiltà stava per finire, tutt’a un tratto.
Per Rina, tutto cambia dal momento in cui  si sposa.  Va a nozze  perché sposarsi si deve, con un marito che quasi non conosce – sono i vecchi delle due famiglie che contrattano, come al mercato, le condizioni del matrimonio – un marito che non ama  e che non sa amare, rivoluzionario mancato,  ribelle ed inquieto, che non riuscirà mai a tenere un posto di lavoro per più di un anno, e che, trascinandola da una residenza provvisoria a un’altra altrettanto miserabile, lascerà soprattutto a lei, alle sue incredibili fatiche di lavoro e alla sua indomabile volontà di sopravvivere, il compito di ”mettere insieme pranzo e cena”, con  i lavori più umili e faticosi; e di far crescere, e crescere bene arrivando a farli studiare, due figli, che sono il suo pensiero dominante e la sua forza.
  I due libri hanno avuto subito un vasto successo in Umbria. Rina ha scritto anche poesie, ha vinto un concorso letterario con un racconto, ha visto alcuni dei suoi scritti prescelti per un libro (“Life after work”) edito dall’Unione Europea. La sua opera  ha raccolto, da chi ne è venuto a conoscenza, giudizi estremamente lusinghieri, non solo per la originalità del racconto, per i suoi ritmi istintivamente sapienti, per la lucida rievocazione di una vita dimenticata; ma per la classica limpidezza della scrittura, nitida nella descrizione della vita quotidiana, come di alcuni rari eventi straordinari che hanno del miracolo, e nella rievocazione di un patrimonio di sentimenti, di dolori, di gioie inaspettate, che l’anziana contadina aveva portato per tutta la  vita nascosto dentro di sé.
 Ma ovviamente i due libri sono rimasti ai margini delle grandi correnti della vita letteraria italiana, estranei alla giostra dei grandi premi letterari, cui oggi concorrono tanti libri ambiziosi quanto illeggibili; e soltanto poco a poco hanno acquistato una certa risonanza, che sicuramente crescerà  nel tempo (purtroppo, dopo la sua morte).
Perché l’originalità di questi scritti non sta soltanto nelle circostanze singolari,  che ho ricordato, di come e quando essi sono usciti dalla  tenace penna di una contadina di oltre 65 anni, che in tutta la vita aveva scritto soltanto poche lettere per conto di parenti analfabeti.  Ma perché almeno altre due caratteristiche li rendono quasi unici.
Il fatto è che Rina Gatti, nel rievocare i dolori, le pene, le faticose e rare ma intense gioie della sua esistenza, ci dipinge anche un quadro di vita italiana visto  da una donna, dall’”altra metà dell’universo”. E ancora: Rina racconta il  mondo dei sommersi visto dalla parte dei sommersi; che qui non sono oggetti, ma soggetti pensanti e dolorosamente senzienti della loro condizione di sommersi. Per trovare libri simili bisogna ritornare alla letteratura realista di un tempo che fu: con la differenza che la vita dei miserabili veniva descritta, con arte e coscienza, da scrittori di professione, che magari ce ne fossero ancora. In questi libri è stata descritta e rivissuta da uno di loro. Anzi, da una di loro.

ARRIGO LEVI