Fiera Internazionale del Libro di Torino – Palazzo del Lingotto – Torino 7 maggio 2006

Presentazione di “STANZE VUOTE” di Rina Gatti  editore Thyrus – 2006
a cura del Prof. Walter BARBERIS

Io non sono un critico letterario, dunque da questo punto di vista non ho dei commenti particolarmente illuminanti da proporre, io insegno metodologia della ricerca storica e dunque ho un occhio un po’ particolare quando prendo in mano un testo come questo che è sostanzialmente una memoria, una testimonianza, qualcosa che nella mia sensibilità è a cavallo tra un libro di storia, un libro di antropologia e  naturalmente tuttavia un libro che ha una sua importante cifra letteraria. Quando noi diciamo storia, antropologia, letteratura, usiamo delle parole un po’ altisonanti che probabilmente non si adattano bene alla figura di Rina Gatti in cui non v’è questo tipo di competenze questo tipo di sensibilità; dunque vorrei proporvi un breve ragionamento sul perché questo libro è un libro piuttosto importante ed è un libro importante esattamente per il motivo per cui voi, probabilmente, come tutti noi me compreso, non sopportate la storia così come i manuali di storia normalmente ve la propongono.
Qui la grande storia occhieggia in due sole grandi occasioni: ci sono dieci righe in cui Rina Gatti racconta di una adunata fascista nel paese più vicino al suo podere dove tutti si radunano e dove lei per la prima volta vede la folla che acclama il Duce del fascismo; l’occasione è la vittoria delle truppe italiane in Etiopia nel 1935-36, allora chiamata Abissinia e gli italiani, diciamo così, rispondono in modo più o meno inconsapevole a questo, diciamo, avvenimento della Grande Storia anche nelle località meno esposte a questa Grande Storia.
L’altra occasione è quella con cui si chiude il libro, quella sorta di cupo stupore, di curiosità piena di preoccupazioni indotta dalla dichiarazione di guerra il 10 giugno del 1940 dove di nuovo lo scampanio che si avverte anche nelle zone più remote della campagna dice che sta succedendo qualcosa di importante; al di là di questo due episodi non c’è mai qualcosa che abbia a che fare con la storia come noi siamo abituati a considerarla e invece questo libro è un libro che con la storia, per vari motivi, ha molto a che vedere perché la storia naturalmente non è quella o soltanto quella dettata dalla scrizione di avvenimenti politicamente importanti ma è storia d persone e qui le persone emergono con una nitidezza direi anche fuori dal comune.
 Questo è un libro dove la vita quotidiana è protagonista assoluta; dove  qualcosa di più emerge che un semplice racconto magari un po’ sbiadito e calligrafico di una vita contadina. Questo è un libro che fa capire con grande profondità quale sia stata ancora poco tempo fa l’asprezza della lotta dell’uomo contro la natura.
Di un mondo esposto estremamente esposto alla durezza di una vita che dava solo sopravvivenza; nelle parole di Rina Gatti questa preoccupazione per la sopravvivenza è notevole. C’è una lotta continua nei confronti di una natura piuttosto ingrata e una lotta fra uomini nel circuito sociale. Gli uomini che lavorano in questo podere devono rispondere con esattezza, in termini contrattuali, a cui sono bene o male costretti dalla loro dipendenza da un padrone. Dunque ci sono dei rapporti sociali, ci sono nella grana, nella filigrana di questo libro cose che noi intravediamo, che Rina Gatti non tratta mai con linguaggio retoricamente sociologico, per carità, e tuttavia noi qui capiamo molto di come è organizzato anche quel mondo e quell’ambiente.
C’è una lotta che ci dice qualcosa della precarietà della vita, il modo con cui Rina Gatti ci introduce ad una mortalità infantile è qualcosa non solo di suggestivo, ma anche abbastanza inquietante, la quantità di piccoli morti che cospargono questa vita contadina è effettivamente di un mondo che non è solo fisicamente a rischio ma che in qualche misura comporta una profonda modificazione interiore, dice qualcosa di una fatalità incombente che rimane nella coscienza delle persone.
Ma, come è già stato ricordato, questo libro dice moltissimo, moltissimo della condizione della donna, la condizione della donna in un mondo contadino nel quale la donna è letteralmente imprigionata nelle stanze di una casa e , sostanzialmente, nell’aia antistante la stessa casa. E’ una donna che. diciamo così, nasce già in una posizione subordinata, è una donna che nasce “tollerata” fin da piccola come la mano che in futuro aiuterà nei lavori domestici. Ovviamente meno stimata del maschio che sarà fornitore di braccia per i lavori nei campi, è una donna anche meno stimata della mucca che invece rimane un’importante risorsa del patrimonio economico contadino come fornitrice di un bene primario, il latte, ma soprattutto come fattrice di altri animali cioè di altre risorse nell’economia contadina. E’ una donna destinata fin da piccolissima ad accudire altri piccolissimi: fratelli, cuginetti, gli ultimi nati.
E’ una donna che deve ubbidire, è una donna che non ha nessuna libertà, nulla che assomigli alla nostra vita di oggi; è una donna che ha una estremo rispetto subordinato, rispetto all’uomo. E’ una donna che impara prestissimo l’arte e il dovere di essere paziente che deve entrare nella parte di questa sudditanza sociale che le è toccata; gode di un solo privilegio, nel libro Rina Gatti ha alcuni passaggi estremamente suggestivi su una cosa minima: un brodo di pollo. E’ l’unico privilegio che si riconosce ad una figura così soffrente, così marginale, ancorché importante nella dimensione di quel mondo, qual brodo di pollo che viene somministrato non senza qualche gelosia alla giovane o alla donna che abbia appena partorito; per qualche giorno, per qualche settimana, naturalmente per un periodo sufficiente a ristabilirla. Questa quasi impalpabile materialità privilegiata è forse l’unica nota di tenerezza che questo mondo dedica alla donna dove, per il resto, sono donne che imprigionano altre donne; donne che insegnano alle  donne più giovani a rimanere nel posto che spetta loro. Donne che quando giungono, come voi, alla prima maturità di donne sono già stanche, sono già esauste, sono già in qualche modo deluse dalla loro condizione di donna; sono già quasi senza speranza.
Rina Gatti queste cose le dice con molta semplicità ma, a mio modo di vedere, con grande efficacia. Rina Gatti riflette su tutto questo a sessant’anni compiuti, dopo aver vissuto sostanzialmente una vita che, dice lei, “non le è appartenuta”, una vita sostanzialmente fatta di lavoro, di sacrifici e di dedizione nei confronti di altre persone.
Rina Gatti ha una cifra letteraria nel momento in cui trova questa sorta di invenzione che è il dialogo con le stanze, ormai vuote, che hanno visto tuttavia protagonista lei e la sua famiglia di una vita, di quella vita contadina di cui rammenta tutta la sua esperienza. E, naturalmente, la cifra letteraria di questa sua, tra virgolette, invenzione sta tutta nel fatto che Rina Gatti, talvolta, chiede alle stanze di essere complici nel ricordare le cose che lei intende proporci.
E’ una sorta di ingenuità mista a talento naturale con cui racconta il suo mondo.
Rina Gatti ha una scrittura che, da questo punto di vista, ha una sua rilevanza perché non è una scrittura nostalgica e tuttavia è una scrittura che non nasconde elementi di nostalgia perché si parla di un ambiente estremamente aspro ma anche di un ambiente dove non mancano affetti e sostanziali momenti di solidarietà di reciprocità, di tenuta. E’ un ambiente affettuoso e tuttavia pieno di pudore, è un ambiente fatto di tantissimo lavoro e di pochissime parole, è un ambiente fatto di silenzi, di sguardi di cose che ciascuno sa fare, sa che deve fare e non ha bisogno di commentare.
La memoria.
Ho detto prima che ovviamente io, per questioni “professionali” mi occupo di rapporto tra memoria e storia; bene, sarebbe banale dire che Rina Gatti ha messo mano alle sua memorie in fondo per consolarsi e consolarci di aver scampato tutto sommato il pericolo di rimanere inghiottita, sommersa in quel mondo contadino da cui, in qualche misura, invece si è emancipata.
Rina Gatti non è rimasta sostanzialmente dentro a quel mondo privo di orizzonti; guardate che qui la fisicità dei luoghi e la metaforicità dei luoghi ha una sua importanza. Un podere da cui non si vede neanche il villaggio è il luogo da cui non si vede la vita, da cui non si vede il futuro, da cui non si vede una prospettiva di speranza; che, se ci fate un momento di riflessione, è esattamente quello che muove ciascuno di noi, voi, che siete giovanissimi nella prospettiva della vostra esistenza. Qualunque sia la vostra speranza, la vostra immaginazione, la vostra fantasia, la vostra utopia è una  proiezione verso qualcosa. Quel mondo impedisce qualunque tipo di proiezione, sai già, a 10 anni, qual è l’elemento di prigionia dentro il quale ti manca.
Ora, faceva Leopardi una riflessione. In un suo passo, abbastanza importante,  Leopardi diceva “uscir di pena è diletto fra noi”. Cosa voleva dire? Voleva dire che ciascuno di noi vive dei momenti dolorosi, difficili, superati i quali ci si sente più rilassati, più felici, più contenti e comunque si tende a fare cosa? A fare quell’operazione che gli psicologi e gli analisti chiamano “rimozione”, si tende sostanzialmente a dimenticare le cose più brutte e ad andare avanti, a guardare avanti.
Rina Gatti questa operazione non la fa.
La sua è una malinconia che non viene messa a tacere, la sua emancipazione è, ovviamente, una strada che la trova come una “sopravvissuta consapevole” ma non a tal punto da dimenticare quali siano stati gli elementi angosciosi che hanno segnato la sua esperienza. L’angoscia di una vita in cui non ha dominato la speranza, in cui ha dominato piuttosto la paura dell’ignoto. Guardate che c’è una differenza sostanziale tra guardare avanti con la speranza di fare delle cose e guardare avanti con la paura che succedano delle cose.
Rina Gatti ha vissuto in un mondo in cui la fatalità suggeriva la paura, non la speranza.
La sua è una memoria in cui si avverte naturalmente il legame affettuoso, molto affettuoso con un ambiente che è scomparso, travolto dal moderno, come si usa dire, la campagna, la natura che erano durissime ma al tempo stesso gratificanti; fatta di profumi, fatta di colori, fatta di cose con cui si ha una confidenza quotidiana, una amicizia profonda, la natura che non c’è più, che ha lasciato il posto dove c’era il viottolo alla strada asfaltata, la natura che ha lasciato il grande prato al capannone industriale eccetera eccetera. La storia di un’Italia del grano che nel frattempo si è in un qualche modo contaminata ed è morta con tutte le sue contraddizioni.
E’ una memoria, questa di Rina Gatti, mi permetto, ho richiamato il Leopardi richiamo solo un’altra volta un autore importante che è Primo Levi, è una memoria che è rimasta toccata in profondità dalla sofferenza, è una memoria, come dire, che non riesce a liberarsi dalla disillusione.
Primo Levi parla di cose assolutamente tragiche, di cose che hanno segnato la storia del mondo, del Novecento, e tuttavia nei passi in cui dice “chi è stato torturato una volta nella vita, lo rimane sempre”. Questo è vero, ci sono ferite nell’anima profonde che non sono come quelle fisiche, non si rimarginano, si possono in qualche modo coprire, si può mettere qualcosa sopra, ma ci sono dei momenti particolari nella vita in cui queste ferite sembrano riaprirsi, non sono rimarginabili completamente.
Ebbene, nella vita di Rina Gatti questo impasto di sofferenza, di durezza e un velo di nostalgia non riescono a creare le condizioni sufficienti per emanciparsi da una sensazione di inestinguibile sofferenza. Le “stanze vuote” sono lì a dire che una storia è finita; Rina Gatti sa che le sue stanze, quelle stanze, hanno vissuto con lei la sua vita, per questo le interroga, le sollecita, sollecita il loro ricordo, le chiama complici. Come un grande testimone di un’epoca, Rina Gatti non ha nessuna retorica nella sua scrittura, non ha dogmi da proporre, non ha lezioni da impartire, non ha tesi da difendere, si offre con semplicità, si offre con crudezza, si offre con genuinità di sentimenti ai suoi molti interlocutori veri o anche immaginari.
La sua lingua è diretta, la sua lingua è semplice, una lingua tuttavia molto suggestiva, efficace di una forza che, se fossimo dei critici letterari, definiremmo verista, faremmo dei paragoni grandi, magari con Verga e saremmo in qualche misura sulla strada e fuori strada; non vanno messe così le cose.
La prosa “poetica”, se mi permettete questo gioco, di Rina Gatti ha dei lampi di scrittura veramente notevoli, tuttavia vorrei chiudere questa breve conversazione su Rina Gatti richiamandovi ad un aspetto; la scrittura di Rina Gatti non è solo una testimonianza, un documento, è in qualche modo un richiamo alla “moralità dell’esistenza”. Rina Gatti è una figura di profondissima moralità, aderisce a dei valori umani che sono qualche volta dimenticati se non scomparsi. Viene da un mondo sommerso che tuttavia ha qualcosa di umano che anche oggi dovrebbe ancora essere attentamente valutato e difeso.

Walter Barberis