Intervento del Prof. Mario Tosti
Storico , Docente di Storia Moderna, Presidente dell’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemponanea
alla Presentazione del libro “Stanze Vuote, addio” di Rina Gatti
Perugia -  Rocca Paolina  15 novembre 2003

Un volume bellissimo che ho letto con molto piacere.
Una lettura avvincente che non ti lascia una pausa perché vuoi sempre andare avanti, capitolo dopo capitolo.

Mi sono chiesto, da Presidente dell’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea che ha incentrato la sua attività sul rapporto memoria-storia,  se questo libro poteva essere utilizzato per fini didattici. Questo perché abbiamo un problema di fondo attualmente: i nostri giovani sono senza memoria, schiacciati sul presente.  Una delle cause è che si è interrotto il collegamento familiare tra nonni, genitori e figli. Non c’è più questo tramandare, ma, senza la memoria è difficile condividere i valori comuni è difficile creare  diritti di cittadinanza.
 Ma se non c’è più questo collegamento generazionale, a chi spetta la responsabilità di costruire una memoria condivisa?  Io credo che spetti alla scuola.

Come può la scuola assolvere il compito di trasmettere memoria? E quale deve essere il rapporto tra storia e memoria?
I giovani non hanno più strumenti per costruire memoria, non hanno la percezione della profondità del senso storico.
Quale rilevanza deve avere la memoria nel campo della ricerca storica?
Cioè, come uno storico può utilizzare questi testi di Rina Gatti?
Perché non stiano parlando solo della storia, qui stiamo parlando, attraverso la memoria, della formazione di un senso civile ed etico, quindi di una comunità che si deve riconoscere in qualcosa. La scuola deve avere questo ruolo di corretta educazione alla memoria, si sa che i ragazzi non conoscono la storia, e non solo per colpa loro, ma forse degli adulti che non riescono più a trasmettere memoria.

In epoca recente c’è stato un processo generalizzato di disgregazione della coscienza collettiva e delle appartenenze politiche e sociali mentre venivano immessi nella società visioni e modelli di tipo individualistico ed egoistico che hanno prodotto un distacco tra la singola esistenza e la visione collettiva dell’esistenza. E’ “la solitudine del cittadino globale”.
La scuola ha continuato a non insegnare la storia recente, ci sono perplessità sull’insegnabilità della storia contemporanea e gli stessi insegnanti si sottraggono a questa responsabilità, per motivi personali o spesso per la confusione che in questi anni si è creata tra storia e politica.
 La storia viene utilizzata per fini politici, le fonti o i documenti vengono distorti per fini politici e, di fronte a questa situazione, non c’è la serenità, la pacatezza che potrebbe fare della storia un campo privilegiato per la costruzione di identità collettive ed individuali.

Io credo che  l’insegnante dovrebbe fare un accurato vaglio delle categorie e delle rilevanze della storia contemporanea,  dovrebbe fornire agli studenti  gli strumenti metodologici e problematizzare lo studio della storia. In questo modo la storia diventerebbe una disciplina in grado di formare coscienze critiche. Perché questo è l’obiettivo della storia.  La storia non è tanto lo studio del passato per capire il presente, anzi, quasi mai la storia è stata maestra di vita anche se questo è il luogo comune più diffuso, in realtà il compito della storia è appunto quello di formare coscienze critiche.

La scuola assolverebbe così alla sua responsabilità costituzionale di formazione etico civile dei giovani, avrebbe così funzione in questo nostro tempo di supplente per la costruzione della memoria collettiva che in nessun altro luogo mi sembra si possa costruire.
Sarebbe un fatto importante visto che i ragazzi in questo momento rivendicano un’autonomia  della loro vita dalla storia, non nutrono curiosità per il passato storico nemmeno per quello familiare, e del resto nessuno ormai più trasmette storia o storie tra nonni, genitori e figli. Nasce quindi, in base a queste evidenze, il problema delle fonti; fonti “di memoria” e fonti “per la memoria” dato che l’educazione all’uso delle fonti rimane uno degli assi centrali dell’educazione storica anche perché l’uso distorto delle fonti, specie quelle della memoria, diventa spesso battaglia politica.

Allora l’educazione all’uso delle fonti acquista valore formativo anche sul piano generale dell’educazione del cittadino; si pone quindi il problema di selezionare quali fonti portare a scuola, che tipo di materiale l’insegnante può utilizzare perché per l’età contemporanea tutto può essere fonte. Anzi, muovendosi dall’età antica alla contemporanea abbiamo una proliferazione di fonti, ma mentre per l’età antica bisogna andarsi a cercare le fonti e quelle che si trovano sono magari disomogenee e discontinue, per l’età contemporanea abbiamo il problema opposto, di selezionare le fonti. Per ricostruire e trasmettere la memoria però ci sono delle fonti specifiche, che riguardano in particolare la costruzione della memoria autobiografica, dell’autobiografia personale cioè del passaggio di questa dalla memoria, al ricordo, alla testimonianza. Dicevo appunto di due fonti, fonti “di memoria” e  fonti “per la memoria”: fonti”di memoria” sono diari, lettere ecc. mentre fonti “per la memoria” sono invece le sistemazioni successive del racconto autobiografico.

I testi di Rina Gatti secondo me appartengono a questa seconda categoria, sono fonti “per la memoria” perché l’autrice, attraverso questi testi, si riappropria della sua vicenda familiare, questa vicenda esce dalla sfera privata, esce dall’oblio e diventa un elemento della elaborazione collettiva. In questo può essere utilizzato come fonte in un laboratorio di storia, magari a scuola, sia scuola media che scuola superiore. Intendiamoci, la storia di Rina Gatti, contadina umbra, non è la storia dei contadini umbri, ma la storia dei contadini umbri sarebbe più povera senza questi testi di Rina.
La memoria del testimone non può sostituire la storia, ma ci da una serie di elementi per percepire e far percepire la complessità della storia; la memoria, l’autobiografia, non è tutta la realtà, non ci da i fatti, non ci da le cifre, ma ci da una cosa ben più importante: ci da la voce umana che ha attraversato la storia. E questo è un dato importantissimo che solo queste fonti possono dare.

Certo bisogna evitare “ la sacralizzazione e la banalizzazione della memoria” ma le autobiografie, inquadrate in questi orizzonti diventano fonti “privilegiate” per molti filoni di studio, è come se il campo degli studi storici improvvisamente si dilatasse, allora, attraverso questi testi noi possiamo ricostruire la vita quotidiana, il vissuto. Ma questo è un testo fondamentale per una storia che va molto di moda, la “storia di genere”, infatti non c’è in questo porsi all’attenzione della comunità della donna alcun pre-femminismo; un allargamento di orizzonti che è veramente straordinario. Questi materiali hanno la capacità di far scoprire i soggetti che nella storia agiscono ed ecco che siamo tornati alla relazione tra memoria e storia nella forma particolare della memoria autobiografica che, frutto del presente in cui prende voce e parole, ci da una chiave di lettura del passato e della storia.
L’insegnamento della storia non si può certo ridurre alla presentazione di una memoria autobiografica, ma, partendo da una biografia come fonte, per la ricerca storiografica ed anche per la pratica didattica si aprono strade assai proficue; strade capaci di far percepire la complessità della storia, i mille fili che legano le esistenze e le scelte individuali con gli eventi e i processi che investono più profondamente e trasformano il tempo e la società.

Io spero che, attraverso anche l’istituto che io presiedo, questo cammino possa essere intrapreso e che noi possiamo fare dei testi di Rina Gatti dei testi capaci di trasmettere alle giovani generazioni i valori,  i sacrifici che quella civiltà esprimeva, senza per questo indulgere in nostalgie su un mondo a cui non è possibile ritornare. Valori di onestà, di solidarietà, del silenzio che non era mutismo ma parlare quando era necessario, riflettere su questi valori credo che faccia bene a tutti e credo che faccia bene soprattutto per il futuro perché sappiamo che, senza memoria, non si costruisce nessun futuro.