Intervento  della Prof.ssa  Isabella Nardi
Docente di Critica Letteraria presso l’Università degli Studi di Perugia
Alla presentazione del libro “Stanze Vuote, addio” di Rina Gatti  Edizioni Thyrus 2003
Rocca Paolina -  Umbria libri  -  Perugia 15 novembre 2003.

Dopo il successo di Stanze vuote”, Rina Gatti ha ripreso in mano il filo della sua vita per scrivere Stanze vuote, addio”, dove ricostruisce i lunghi anni della giovinezza e della maturità, l'esperienza dura del matrimonio e l'esperienza felice della maternità. Quando abbiamo letto Stanze vuote” lo abbiamo visto come una rievocazione nostalgica di un mondo tramontato e ne abbiamo apprezzato oltre alla piacevole scioltezza della scrittura i risvolti  antropologici e folklorici. Riletto dopo Stanze vuote, addio”, esso ci appare piuttosto come il luogo dell'idillio infantile, quando tutto è avventura e novità, anche nel modesto e ripetitivo vivere quotidiano della famiglia contadina; è l'Eden naturale da cui la protagonista viene cacciata in nome di una legge sociale, il matrimonio. L'"addio" presente nel titolo del secondo volume grava come una pietra tombale su tutto il "prima", mentre le "stanze vuote"  si riempiono, in realtà, degli affetti, delle consuetudini, delle illusioni perdute per sempre. La pagina memorialistica da semplice testimonianza diventa  ora romanzo autobiografico e si rivolge a un pubblico più maturo, più adulto. “Stanze vuote, addio” è un libro che colpisce profondamente, perché è insieme personale e politico; da  un lato, come il precedente Stanze vuote”, è un'autobiografia, il racconto di formazione di un Io che si pone al centro della vicenda ricordata retrospettivamente dal suo punto di vista, ma dall'altro, ancor più del precedente Stanze vuote”, è un testo politico, nel senso più pieno e più alto di coscienza storica, di fede concreta nella vita, nella possibilità dell'uomo di rispondere al disegno di Dio.
Sperduta nel mondo duro del dopoguerra, di cui fornisce una severa e lucida descrizione "dall'interno", Rina cerca una via di salvezza nell'azione, non un'azione romanticamente rivoluzionaria ( e velleitaria, come è il caso del marito), ma una azione concreta, puntuale: " Mi davo da fare in ogni modo per mettere insieme qualcosa da mangiare e non rifiutavo nessun lavoro"(p.83).
In questo, si trova anche a fare i conti con il difficile passaggio sociale della donna verso l'autonomia, segnata dal lavoro fuori casa, che Rina e il coro dei suoi personaggi minori considerano ancora, in quegli anni del dopoguerra, come uno stigma della povertà e del fallimento:"Non badavo molto alle donne del paese e alle chiacchiere che venivano messe in giro, andavo dritta per la mia strada con lo sguardo insicuro, senza fermarmi a parlare con nessuno"(p.83). La rete della maldicenza si snoda dappertutto, rende soffocante il vivere sociale per la protagonista fin dal giorno del matrimonio:"Non mi rimaneva che fare buon viso alla cattiva sorte…come sempre. Oltretutto le malelingue erano di continuo in agguato e non aspettavano altro che il pretesto per costruire pettegolezzi e maldicenze"(p.35)"Le chiacchiere di paese sono terribili perché possono far diventare montagna un sassolino e circolano in una maniera subdola e cinica su tutte le bocche, anche su quelle che si dicono amiche"(p.84). La maldicenza amplifica e diffonde il senso di mancanza e di fallimento che Rina avverte nel suo progetto di vita e su cui fonda le sue memorie. In fondo tutto il libro racconta proprio la storia di un fallimento: falliscono le speranze della giovane Rina nella ricomposizione postbellica di una società contadina povera, ma rassicurante nella sua ciclicità( cap.II La guerra e la terra), e fallisce la sua illusione che tutto il mondo sia a misura della sua grande e affettuosa famiglia . Ma soprattutto grava sul racconto il dolore del matrimonio sbagliato: non a caso il sottotitolo recita " Due anime smarrite nell'Umbria contadina del dopoguerra", perché lo smarrimento è di Rina, ma anche del marito, che reagisce ora con la collera e con la violenza ora con la rancorosa inoperosità nei confronti delle ingiustizie, vere o presunte, dell' assetto economico e sociale che si configura a partire dal dopoguerra."Noi due, figli di famiglie contadine che per generazioni avevano sudato e sofferto lavorando poderi altrui tra l'Umbria e la Toscana, stavamo saltando il fosso senza rendercene conto."(p.128).
Solo alla fine, confrontando il proprio destino con quello, pesante anch'esso, di Gino, il primo amore casualmente ritrovato in vecchiaia, Rina trova la pace, nella consapevolezza adulta di aver molto sofferto, ma di aver anche molto ricevuto in "esperienza, comprensione, riconoscenza, sentimento"( p.237) così da poter concludere in guadagno e non in perdita il bilancio di una vita.
Del resto, tutto il libro pulsa, diremmo, in sistole e diastole : la coscienza di stare nella "ferita" dell'esistenza, con il suo travaglio ma anche con le sue tregue rasserenanti, colora le pagine, le sostiene e le valorizza. Il problema, semmai, è la capacità di restituirne a pieno, con il linguaggio, la concretezza di iter personale.  A differenza di quello che succede per altri libri di memorie "cittadine" in cui la cultura medio-alta degli autori li porta, paradossalmente, a scegliere un tono affabilmente conversevole, lo stile narrativo di questa "figlia di famiglia contadina" è talora ingenuamente "letterario " come se l'autrice avesse sentito l'esigenza di vestirsi a festa, per dare dignità alla sua scrittura; in realtà, le parti più deboli del testo sono proprio queste, mentre il libro piace quando ritrova un suo tono piano, asciutto e severo, se vogliamo, volto alla evocazione dei "fatti" sicché si può dire che non c'è moralismo nella scrittura della Gatti, o intimismo psicologico: il dramma è all'esterno, nei fatti, raccontati con chiarezza raggelante.
Questo non vuol dire che davanti a momenti difficili, non si mettano in moto meccanismi individuali di frustrazione, delusione, sconcerto, rabbia: "quante volte l'illusione di aver conquistato un piccolo traguardo si era poi frantumata cozzando contro l'ennesimo errore, l'ennesima imprudenza, l'ennesima trappola del destino o della cattiveria altrui!". La pagina dà allora testimonianza della sofferta costruzione dell'io, delle sue lotte e della sua capacità di resistere e di dare risposte agli eventi. Ma resta centrale nella riflessione il tema dell'uomo, con le sue componenti di grandezza, ma anche con la sua matta bestialità. In questa visione fondamentalmente pessimista e bloccata, tutto è già scritto: "Adesso penso che tutto doveva essere già scritto nel destino e per quanto io cocciutamente pensassi che fosse possibile modificarlo, dovetti imparare che destino e carattere non si cambiano mai."(p.55).Il destino non si cambia, ma si impara ad accettarlo. Il male è accolto da Rina come un momento del processo di perfettibilità, il male si supera solo con la fraternità, la condivisione e la fede (vedi episodio della zia Santina, poverissima eppure "generosa come pochi", capace di dividere il pochissimo ricevuto, con qualcuno ancora più povero di lei p.204 e segg.). La sua disperazione, dunque, si lega ai momenti di isolamento e solitudine("non avevo nessuno con cui confidarmi"p.10;"non sapevo nemmeno con chi confidarmi, a chi chiedere aiuto"p.83;"ma quello che continuava più a pesarmi era che mi sentivo sempre sola ad affrontare le nostre difficoltà."p.161), mentre è il calore dell'affetto a illuminare e rendere sopportabili fatiche e disagi, sia che si tratti del piccolo Bruno, che cerca di alleviare come può la vita della mamma, sia della vecchia madre di don Luigi, da cui Rina va a lavorare facendosi a piedi tutti i giorni Ponte San Giovanni- Perugia centro, che la considera finalmente una persona vera e viva: indimenticabile la scena del caffè, caffè vero e non orzo e cicoria, bevuto insieme al tavolo della cucina(p.p.200-201).
Perché  scrive Rina Gatti? Anzitutto per conoscersi o meglio ri-conoscersi , e pacificarsi: "Ripercorrere la mia vita è stato come nascere un'altra volta, […] mi ha fatto sorridere per la mia ingenuità, e  mi ha fatto piangere per la mia ignoranza del mondo e delle cose: Mi ha fatto fare però anche una scoperta stupenda […]: quella di essermi liberata dei miei rimpianti" "Quella era la mia vita e forse non sarei quella che sono se non avessi passato ciò che ho passato"(p.230). Ma l'atto di "scriversi" è compiuto non solo per sé e per gli altri : il perché diventa anche "per chi".

 La scrittura autobiografica è un atto di identità, che dà forma e significato alla propria vita ("Dovevo in qualche modo mettere ordine in quella confusione di sensazioni, in quell'affollarsi di ricordi, in quella vita che avevo vissuto e non sapevo come giudicare"p.230), ma  è anche un dono di sé, un gesto di apertura verso i lettori, specialmente quelli di generazioni diverse. L'intento che guida l'Autrice è proprio quello di ricostruire il proprio viaggio nel tempo come manifestazione di un "destino". Nel  porre in sequenza,  contestualizzare e soprattutto  interpretare i nodi della propria esistenza, Rina Gatti scopre, per sé e per noi, che comprensione e compassione si collegano: " non aveva senso che nella nostra situazione finissimo sempre per accusarci e aggredirci l'un l'altro;- dice di sé e del marito- avremmo dovuto affrontare insieme il destino che ci mandava contro sempre nuovi ostacoli e trabocchetti"p.144 e a proposito del suo servizio di assistenza agli anziani "ciascuno di essi aveva bisogno non solo delle cure materiali, per le quali io ero pagata, ma anche di amore, di […] partecipazione. Io parlavo con loro, mi facevo raccontare tutto quello che desideravano dire, li accarezzavo quando avevano bisogno di sentire vicino una vita[…][…] stringevo le loro mani quando la forza del dolore superava quella dei farmaci"(p.236). E non viene mai meno in lei, anche quando scrive, quella dimensione di responsabilità verso l'altro, di "cura dell'altro" che la caratterizzano ( "L'abitudine a lavorare e a occuparsi degli altri- nota quasi alla fine del racconto- crea una dipendenza, come una droga" p.230), sicché il tentativo di chiarirsi le ragioni dei propri successi o fallimenti esistenziali,  si propone anche, di per sé,come interessante strumento di insegnamento intergenerazionale: "Nessuna vita sarà sprecata, nessuna morte resterà senza significato finché la memoria e il ricordo potranno dar loro voce; perché nessun silenzio è così assordante come il muto scomparire di un'epoca"scrive la Gatti a bilancio della sua fatica dello scrivere e conclude con una promessa "Sento ancora, tra queste  finestre sconnesse, tra queste mura ammuffite, le voci che animavano queste stanze vuote, e forse tornerò ancora, per capire ancora, per scoprire ancora, per ricevere e donare ancora"(p.244).