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CAPITOLO 6 DI STANZE VUOTE PULCINI E VITELLI
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| Ma io
non conoscevo altro mondo, e quello che avevo non l'avrei cambiato, amavo
i miei genitori ed i miei familiari, ti amavo, casa mia, così grande
e rassicurante. Mi metteva allegria vedere il tetto e il camino da lontano,
quando tornavo dalla scuola, e rientravo sempre volentieri quando mi portavano
da qualche parte. Certo le occasioni di uscire non erano molte, il mercato,
la messa, o le adunate fasciste. La divisa da Piccola Italiana mi piaceva,
mi sembrava un lusso, e mi colpivano sempre le adunate al paese, con tutte
le ragazzine della mia età vestite uguali ed i maschietti da Piccoli
Balilla. C'era un silenzio religioso quando andavamo ad ascoltare i discorsi
del Duce, che tutti festeggiavano e adoravano come un Dio. Noi piccoli avevamo
finito quasi per crederlo.
Le adunate di piazza erano l'unico momento in cui vedevo il padrone senza il calesse, e, in mezzo agli altri uomini del paese mi sembrava uno normale, come tanti, così diverso da come appariva con carrozza e cavallo. Mi ricordo che da giorni giungevano notizie e voci sulla guerra in Abissinia, fino a quando si sparse la notizia che Adua era caduta. Così lasciammo tutti i campi, e, vestiti come si doveva, tutti contadini si radunarono al paese per ascoltare l'annuncio del Duce sulla nuova conquista. Ovviamente io non capivo il significato di quello che stavo accadendo, ma mi colpì tanto l'entusiasmo che tutti dimostravano; tutti saltavano e si abbracciavano gridando Duce, Duce, anche noi bambini gridavamo e saltavamo, contenti che i grandi ci sorridessero invece di rimproverarci. Poi tutti si misero a cantare "Faccetta Nera", ed io ascoltavo e assistevo ad una cosa mai vista: tutta la piazza, tutto il paese, gli anziani, il dottore, i signori, il sindaco, tutti in coro a cantare a squarciagola, insieme, con le facce rosse , i capelli spettinati. Trovai tutto molto divertente, e noi bambini ricantammo pezzi di canzone per tutta la strada del ritorno. Ma le cose più interessanti continuavo a scoprirle andando insieme a zia Natalina. Con lei non finivo mai di imparare e di stupirmi. Cominciò pian piano a farmi assistere alla nascita dei pulcini e via via alla schiusa anche delle altre uova. La più impressionante era la tacchina, che riusciva a covare anche più di venti uova, facendo buona guardia con quella faccia brutta e arcigna . La zia mi faceva sedere un po' più indietro, e stavamo lì a controllare che tutto andasse bene. Che miracolo, e che entusiasmo vedere quei minuscoli becchi appuntiti che battevano da dentro finché il guscio dell'uovo non si rompeva. Poi, pian piano venivano fuori, e subito si mettevano in piedi, pigolando in continuazione, già vispi, con gli occhietti aperti, pieni di vita . Che gusto prenderli in mano, così morbidi, colorati, indifesi, avrei voluto portarli in camera, a letto con me. La nascita delle oche e delle anatre era invece un po' più a rischio, e, se la schiusa cominciava di sera, la zia doveva rimanere alzata gran parte della notte perché bisognava aiutare i piccoli a rompere l'uovo, il cui guscio era molto più duro di quello delle galline. Altre volte era capitato di trovare al mattino delle uova appena incrinate con dentro le ochette già morte e con il becco insanguinato. Io ero davvero affascinata, vedere quelle nascite mi entusiasmava e mi commuoveva. La zia mi stava insegnando tutti i segreti, e mi portò dall'anatra dopo aver contato i giorni dall'inizio della cova. Si abbassò e, delicatamente, sfilò un uovo da sotto le ali senza resistenza se non qualche borbottio e qualche leggera beccata. Mi passò l'uovo. Era caldo come quelli che di rado lei mi cuoceva tra la brace. "Adesso accostalo all'orecchio" mi disse " e cerca di sentire da quale lato l'anatrella sta' beccando". Io feci come mi diceva, e mi impazzì il cuore dall'emozione quando sentii il delicato "tum-tum" dentro quel guscio caldo e asciutto. "Zia, zia, lo sento, sta' battendo qui, forse chiede aiuto, forse vuole uscire. Dai, facciamolo uscire prima che muoia!" Lei allora prese l'uovo e lo accostò all'orecchio " Forse hai ragione" disse "forse è ora di farlo uscire". Tirò fuori dalla tasca la chiave della dispensa, che aveva sempre con sé, e ruppe l'uovo, proprio nel punto che avevamo individuato. Come per magia, come per miracolo dal buco uscì il becco di quel piccolo essere. E poi un pezzetto di testa, con l'occhio, quell'occhietto scuro che vedeva il mondo per la prima volta. La zia mi mise l'uovo sopra le palme aperte delle mani, e pian piano finì di rompere il guscio. Che emozione quel ciuffetto di penne giallo-cenere, il beccuccio come una paletta storta, e le zampette rattrappite che si dibattevano per liberarsi dal guscio residuo. Era stato in una posizione davvero scomoda, ma cercava subito di mettersi in piedi. Lo depositai vicino alla sua mamma, che già si stava agitando molto, combattuta tra il desiderio di intervenire a riprendersi il figlio ed il timore di abbandonare il resto delle uova. Scoprii ben presto però che la felicità e l'emozione di assistere a quelle nascite aveva poi il rovescio della medaglia nel dolore di dover assistere impotenti alla loro morte. Alle covate che avevo visto nascere mi ero affezionata, e andavo personalmente a portare loro da mangiare, così li vedevo crescere, e li riconoscevo, pulcini, tacchini, anatre, oche. In ogni nidiata ce n'erano di differenti caratteri, proprio come tra le persone, c'erano i più simpatici, i più svegli e svelti a mangiare e a crescere, e quelli un po' più lenti, più tontarelli, che arrivavano sempre per ultimi o che si facevano soffiare i bocconi migliori da quelli più vivaci. E ci mettevo tanto impegno nel proteggerli e farli crescere, che non riuscivo a considerarli uguali agli altri. I " miei " non potevano essere uccisi come polli qualunque, li conoscevo, non avrei potuto mai mangiarli! Ma nessuno mi dava retta, e, dopo avermi allontanato con un mezzo sorriso, tiravano il collo a chi toccava senza nessun riguardo. Sapevo che non lo facevano con cattiveria, che non potevano certo smettere di ammazzare polli e anatre solo per farmi piacere, ma io provavo dolore nel vedere morire quelle bestioline che avevo con tanta cura aiutato a vivere. L'amore dava grandi gioie, ma poteva provocare anche grandi dolori. La cura dei pulcini mi aveva fatto così avvicinare in maniera gioiosa al mistero della vita, e in tutti c'era una distesa allegria quando si assisteva alla schiusa delle uova e si vedevano poi le madri avviarsi nell'aia con il plotone di nuovi nati al seguito. Ma quando partorivano gli animali più grossi, l'atmosfera cambiava completamente. C'era il segreto assoluto, noi piccoli non dovevamo né vedere, né sapere, né tanto meno far troppe domande. Anche perché le risposte erano molto sbrigative, e si potevano riassumere in due concetti: i bambini arrivavano alle mamme o dalla cicogna o dalla mammana, mentre gli animali come vitelli, maialini o agnellini, li portava Sant'Antonio. Ma la cosa non doveva essere così pacifica e tranquilla in realtà, perché altrimenti non si spiegava come mai quando a una delle zie stava per nascere un figlio, tutti noi bambini venivamo portati in cucina o in una stanza. Ci veniva intimato di non muoverci, di non fare chiasso, di non dare fastidio a nessuno e soprattutto di non interferire nella grande agitazione che prendeva tutti i grandi, nel via vai di pentole e panni dietro la porta della camera dove tutte le donne a loro volta si erano radunate. Insomma la cosa non stava in piedi, mia mamma, la zia, portavano avanti per mesi quel pancione, lo accarezzavano, chiamavano i mariti a sentire il bimbo che si muoveva, e poi? Poi i figli li portava qualcun'altro ! Io non avevo il coraggio di dire tutto questo, c'era molto amore ed affetto tra di noi, ma non c'era la confidenza che c'è oggi. Parlare di certi argomenti faceva vergogna anche tra mamma e figlia, tutto sembrava essere vergogna e peccato. Ma io ero troppo curiosa e già avevo provato una volta a vedere quello che succedeva in camera quando stava per nascere mio fratello. Tutte le donne si erano già chiuse da un po' in camera con mia madre, che era rimasta a letto dalla mattina, e tutti dicevano che entro il giorno sarebbe nato il mio fratellino. Cominciai a sentire delle grida, e la paura mi strinse il cuore, mi avvicinai alla porta e guardai dal buco della serratura. Tutte le zie erano attorno al letto e in fondo scorgevo mia madre coperta da un lenzuolo con le gambe sollevate e le braccia dietro, attaccata alla spalliera di ferro. Aveva il viso rosso, sudata e sofferente, avevo paura che morisse. In quel momento arrivò qualcuno da dietro che mi prese per un braccio e mi portò via cercando di consolare la mia angoscia. "Non aver paura" mi dissero" vedrai che non c'é niente di cui aver paura, tra poco arriverà un fratellino e la mamma starà benissimo". E mi lasciarono sola con i miei pensieri. Ma presto capitò un'altra opportunità di soddisfare il mio bisogno di saperne di più, ormai avevo quasi dieci anni, e non ero più controllata come i più piccoli, così avvenne che una primavera, una delle mucche stava per partorire. In quell'occasione tutti gli uomini si chiudevano nella stalla, e con loro c'era quasi sempre anche il compare vicino di casa. Erano in grado di far tutto da soli, con i consigli dei più anziani, e solo se c'erano gravi problemi correvano a chiamare il veterinario. Quel giorno nell'aia c'era una gran pace, e io giravo in silenzio intorno alla stalla, con le porte serrate e nessuna voce che filtrava. Nessuno si stava occupando di me, e non resistetti alla tentazione di infilarmi nel fondino dove c'era la macchina trinciaforaggi e, da una porticina comunicante, intrufolarmi nella stalla. Mi inginocchiai dietro un mucchio di paglia, avanzata da quella con cui avevano fatto il letto per la mamma-mucca, e mi misi ad osservare cosa succedeva. Tutti gli uomini erano in camicia, con le maniche arrotolate ben sopra i gomiti, ognuno sembrava avesse un compito particolare, e parlavano tra di loro, a bassa voce. Alcuni cominciarono a lavarsi le braccia con il sapone e l'acqua di una bacinella e si guardavano intorno per controllare che le altre bestie fossero tranquille. Io sentivo il cuore battermi in gola, e avevo una gran paura di essere scoperta. Rimasi paralizzata quando qualcuno venne a sedersi appoggiato alla paglia, dicendo che ancora c'era da aspettare. Povera me, mi feci piccola piccola e scivolai verso il lato opposto, cercando ospitalità nel recinto dei vitelli. Questi mi guardarono con i loro occhi da buoni e non mostrarono alcun fastidio per la mia presenza. Così avevo trovato un nuovo punto di osservazione, migliore del primo, perché qui le tavole mi coprivano, lasciando un bella fessura da dove vedevo tutto senza essere vista. Mio padre stava raccontando di un altro parto, mentre lo zio Mariano accarezzava la mucca che sbuffava e aveva gli occhi così grossi come non avevo mai visto. "Speriamo che questo vitellino non si presenti doppio per il sedere" disse mio nonno rivolto al compare " altrimenti sono guai". Io non capivo niente di quei discorsi, ma mi sembrava sempre più chiaro che sant'Antonio, che stava poco li sopra, in un quadretto ingiallito e imbrattato, non c'entrasse molto con quello che stava per succedere. Piano piano la paura si sciolse, e la curiosità annullava anche il fastidio della mia scomoda posizione. La mucca cominciò a muggire più forte, a tratti, e ad allungare il collo. Tutti gli uomini allora si accostarono, attorno alla bestia che si coricava e si alzava in continuazione Vedevo i visi tesi e preoccupati, e quell'ansia di attesa cominciò a prendere anche me. La mucca cominciò a lamentarsi sempre più forte, e i muggiti finivano come lunghi sospiri, ruotava il capo, con quegli occhioni che sembrava stessero per uscire dalle orbite. Si vedeva bene che soffriva, e tutti adesso la accarezzavano sulla pancia, quel pancione enorme che sembrava dovesse scoppiare ogni volta che si adagiava a terra. Mio padre si avvicinò alla testa, prese in mano la cavezza, la corda con cui la mucca era legata, e sciolse il nodo dalla mangiatoia. Quella era l'unico situazione in cui una mucca poteva rimanere sciolta dentro la stalla. Mio padre adesso le parlava, ma io non riuscivo a sentire cosa diceva, certo la stava consolando, e anche a me faceva tanta pena quella bestia che si dibatteva. Mio nonno andò verso la porta , e tornò con un fagottino. Estrasse dalla tasca i fiammiferi e, acceso un lanternino, lo portò sotto l'immagine di Sant'Antonio. Anch'io, sottovoce, cominciai a pregare il santo perché facesse nascere bene e presto il vitellino. Pregavo anche perché non mi scoprissero, non si accorgessero di me e che nessuno mi cercasse intanto fuori della stalla. Avevo il terrore che qualcuno entrasse a scoprirmi lì dopo avermi inutilmente cercato per tutto il resto della casa. Per un po' la mucca si calmò, e nella stalla ci fu una gran pace, anche le altre mucche erano come attonite, tranquille e silenziose, parevano anche loro partecipare all'attesa. Ma subito gli uomini si rianimarono, sentii i più anziani che davano delle concitate indicazioni, accostarono il secchio con l'acqua calda, e si misero più vicini alla mucca. Quindi accadde l'incredibile. Da sotto la coda della mucca vidi uscire una cascata di liquido torbido e marrone. "Bene" disse il nonno " si sono rotte le acque". Chissà che voleva dire! A quel punto la mucca fece un forte muggito e si sollevò in piedi all'improvviso. Quello che vidi allora mi fece spalancare la bocca dalla meraviglia. Non credevo ai miei occhi. Li chiusi per un attimo, poi li riaprii. Non sapevo cosa fare o cosa pensare, avevo voglia di scappare via ma anche una gran curiosità di veder come andava a finire. Sentivo come un ronzio nelle orecchie che si confondeva con le voci agitate degli uomini. Ebbi un attimo di panico, con i brividi in tutto il corpo a una grande angoscia per trovarmi lì in quel momento. Ecco due zampette, pare pare, apparire sotto la coda della mucca, gli uomini sembravano soddisfatti. L'animale si era allungato e aveva le gambe in una posizione simile a quando faceva qualche bisogno. Dopo le zampe, con mio gran stupore, vidi apparire la testa, una testa così grossa che mi sembrava impossibile potesse uscire da lì, sembrava una vera magia. "Pronti ad aiutarla" disse il nonno a questo punto " questo è il momento" aggiunse "adesso". E vidi due uomini che afferravano le zampe del vitellino e cominciavano a tirare. Tiravano e tiravano a poca distanza dalla testa del vitellino che aveva già gli occhi aperti e sembrava che guardasse in faccia quelli che lo stavano aiutando a liberarsi da quella scomoda posizione. La mucca continuava a lamentarsi, con muggiti lunghi e sordi, sembrava che soffrisse molto, fino a quando il vitello fu tutto fuori e rimase per un po' adagiato sul letto di paglia. Guardai il vitellino che veniva pulito con la stessa paglia dagli uomini che gli sfregavano la pelliccetta marrone e gli frizionavano le gambe. Anche la mucca si girava per guardare il nuovo nato ma non si muoveva dalla sua posizione, e delle cose continuavano ancora ad uscire. A questo punto, mi prese un senso di schifo, di ribrezzo, sentii lo stomaco che mi si rivoltava, anche perché il nonno aveva preso la bocca del vitello, e gliela stava aprendo, sollevando la lingua e liberandola da quel liquido sporco che avevo visto prima. Mi venne un gran desiderio di scappare, di correre via, ma non potevo farmi vedere e dovevo ancora avere un po' di pazienza. Qualcuno era uscito per dare la notizia, e le porte della stalla vennero di nuovo aperte, tutti cominciarono ad arrivare. Tra i primi accorse la zia Natalina, che portava un secchio di beverone caldo per ristorare la mucca. Poi pian piano tutti gli altri, compresi i bambini che si strattonavano per vedere da vicino il vitellino. Io uscii di soppiatto dal recinto e mi mischiai a quel viavai. Mi avvicinai al vitellino, per accarezzarlo. Che peccato non poter raccontare a tutti i miei cuginetti quello che avevo appena visto! Guardavo il vitellino e sentivo di volergli un gran bene, a lui e alla sua mamma, che adesso lo teneva vicino a sé e lo leccava dappertutto. Com'era morbido e caldo, e che fatica aveva fatto per venire al mondo! La sera mi sentivo ancora tutta scombussolata, ero fiera della mia esperienza
e del mio segreto, ma avrei tanto voluto parlarne con qualcuno e fargli
tutte le domande che mi tenevo dentro e che mi angosciavano. Come avrei
voluto potermi aprire con qualcuno, e confidargli tutto quel torrente
di emozioni che avevo vissuto il pomeriggio. Ma dovetti tenermi tutto
dentro, e la notte mi sentii molto agitata. Mi svegliai di soprassalto
con un'inquietudine che non sapevo definire. D'improvviso mi sentivo cambiata,
avevo fatto un'esperienza che mi aveva fatto crescere e che mi faceva
pensare. Tanti dubbi mi passavano per la mente, avevo scoperto da sola
che la realtà era tutta differente da quello che fino ad allora
mi avevano raccontato. Mi sentii molto insicura e spaventata dal futuro.
Chissà quante cose avrei ancora dovuto scoprire, chissà
quanto del mio futuro sarebbe stato completamente diverso da quello che
mi aspettavo e da quello che gli altri mi raccontavano.
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