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STANZE VUOTE
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Ma io non conoscevo altro mondo, e quello che avevo non l'avrei cambiato, amavo i miei genitori ed i miei familiari, ti amavo, casa mia, così grande e rassicurante. Mi metteva allegria vedere il tetto e il camino da lontano, quando tornavo dalla scuola, e rientravo sempre volentieri quando mi portavano da qualche parte. Certo le occasioni di uscire non erano molte, il mercato, la messa, o le adunate fasciste. La divisa da Piccola Italiana mi piaceva, mi sembrava un lusso, e mi colpivano sempre le adunate al paese, con tutte le ragazzine della mia età vestite uguali ed i maschietti da Piccoli Balilla. C'era un silenzio religioso quando andavamo ad ascoltare i discorsi del Duce, che tutti festeggiavano e adoravano come un Dio. Noi piccoli avevamo finito quasi per crederlo. Le adunate di piazza erano l'unico momento in cui vedevo il padrone senza il calesse, e, in mezzo agli altri uomini del paese mi sembrava uno normale, come tanti, così diverso da come appariva con carrozza e cavallo. Mi ricordo che da giorni giungevano notizie e voci sulla guerra in Abissinia, fino a quando si sparse la notizia che Adua era caduta. Così lasciammo tutti i campi, e, vestiti come si doveva, tutti contadini si radunarono al paese per ascoltare l'annuncio del Duce sulla nuova conquista. Ovviamente io non capivo il significato di quello che stavo accadendo, ma mi colpì tanto l'entusiasmo che tutti dimostravano; tutti saltavano e si abbracciavano gridando Duce, Duce, anche noi bambini gridavamo e saltavamo, contenti che i grandi ci sorridessero invece di rimproverarci. Poi tutti si misero a cantare "Faccetta Nera", ed io ascoltavo e assistevo ad una cosa mai vista: tutta la piazza, tutto il paese, gli anziani, il dottore, i signori, il sindaco, tutti in coro a cantare a squarciagola, insieme, con le facce rosse , i capelli spettinati. Trovai tutto molto divertente, e noi bambini ricantammo pezzi di canzone per tutta la strada del ritorno. Ma le cose più interessanti continuavo a scoprirle andando insieme a zia Natalina. Con lei non finivo mai di imparare e di stupirmi. Cominciò pian piano a farmi assistere alla nascita dei pulcini e via via alla schiusa anche delle altre uova. La più impressionante era la tacchina, che riusciva a covare anche più di venti uova, facendo buona guardia con quella faccia brutta e arcigna . La zia mi faceva sedere un po' più indietro, e stavamo lì a controllare che tutto andasse bene. Che miracolo, e che entusiasmo vedere quei minuscoli becchi appuntiti che battevano da dentro finché il guscio dell'uovo non si rompeva. Poi, pian piano venivano fuori, e subito si mettevano in piedi, pigolando in continuazione, già vispi, con gli occhietti aperti, pieni di vita . Che gusto prenderli in mano, così morbidi, colorati, indifesi, avrei voluto portarli in camera, a letto con me. La nascita delle oche e delle anatre era invece un po' più a rischio, e, se la schiusa cominciava di sera, la zia doveva rimanere alzata gran parte della notte perché bisognava aiutare i piccoli a rompere l'uovo, il cui guscio era molto più duro di quello delle galline. Altre volte era capitato di trovare al mattino delle uova appena incrinate con dentro le ochette già morte e con il becco insanguinato. Io ero davvero affascinata, vedere quelle nascite mi entusiasmava e mi commuoveva. La zia mi stava insegnando tutti i segreti, e mi portò dall'anatra dopo aver contato i giorni dall'inizio della cova. Si abbassò e, delicatamente, sfilò un uovo da sotto le ali senza resistenza se non qualche borbottio e qualche leggera beccata. Mi passò l'uovo. Era caldo come quelli che di rado lei mi cuoceva tra la brace. "Adesso accostalo all'orecchio" mi disse " e cerca di sentire da quale lato l'anatrella sta' beccando". Io feci come mi diceva, e mi impazzì il cuore dall'emozione quando sentii il delicato "tum-tum" dentro quel guscio caldo e asciutto. "Zia, zia, lo sento, sta' battendo qui, forse chiede aiuto, forse vuole uscire. Dai, facciamolo uscire prima che muoia!" Lei allora prese l'uovo e lo accostò all'orecchio " Forse hai ragione" disse "forse è ora di farlo uscire". Tirò fuori dalla tasca la chiave della dispensa, che aveva sempre con sé, e ruppe l'uovo, proprio nel punto che avevamo individuato. Come per magia, come per miracolo dal buco uscì il becco di quel piccolo essere. E poi un pezzetto di testa, con l'occhio, quell'occhietto scuro che vedeva il mondo per la prima volta. La zia mi mise l'uovo sopra le palme aperte delle mani, e pian piano finì di rompere il guscio. Che emozione quel ciuffetto di penne giallo-cenere, il beccuccio come una paletta storta, e le zampette rattrappite che si dibattevano per liberarsi dal guscio residuo. Era stato in una posizione davvero scomoda, ma cercava subito di mettersi in piedi. Lo depositai vicino alla sua mamma, che già si stava agitando molto, combattuta tra il desiderio di intervenire a riprendersi il figlio ed il timore di abbandonare il resto delle uova. Scoprii ben presto però che la felicità e l'emozione di assistere a quelle nascite aveva poi il rovescio della medaglia nel dolore di dover assistere impotenti alla loro morte. Alle covate che avevo visto nascere mi ero affezionata, e andavo personalmente a portare loro da mangiare, così li vedevo crescere, e li riconoscevo, pulcini, tacchini, anatre, oche. In ogni nidiata ce n'erano di differenti caratteri, proprio come tra le persone, c'erano i più simpatici, i più svegli e svelti a mangiare e a crescere, e quelli un po' più lenti, più tontarelli, che arrivavano sempre per ultimi o che si facevano soffiare i bocconi migliori da quelli più vivaci. E ci mettevo tanto impegno nel proteggerli e farli crescere, che non riuscivo a considerarli uguali agli altri. I " miei " non potevano essere uccisi come polli qualunque, li conoscevo, non avrei potuto mai mangiarli! Ma nessuno mi dava retta, e, dopo avermi allontanato con un mezzo sorriso, tiravano il collo a chi toccava senza nessun riguardo. Sapevo che non lo facevano con cattiveria, che non potevano certo smettere di ammazzare polli e anatre solo per farmi piacere, ma io provavo dolore nel vedere morire quelle bestioline che avevo con tanta cura aiutato a vivere. L'amore dava grandi gioie, ma poteva provocare anche grandi dolori. La cura dei pulcini mi aveva fatto così avvicinare in maniera gioiosa al mistero della vita, e in tutti c'era una distesa allegria quando si assisteva alla schiusa delle uova e si vedevano poi le madri avviarsi nell'aia con il plotone di nuovi nati al seguito. Ma quando partorivano gli animali più grossi, l'atmosfera cambiava completamente. C'era il segreto assoluto, noi piccoli non dovevamo né vedere, né sapere, né tanto meno far troppe domande. Anche perché le risposte erano molto sbrigative, e si potevano riassumere in due concetti: i bambini arrivavano alle mamme o dalla cicogna o dalla mammana, mentre gli animali come vitelli, maialini o agnellini, li portava Sant'Antonio. Ma la cosa non doveva essere così pacifica e tranquilla in realtà, perché altrimenti non si spiegava come mai quando a una delle zie stava per nascere un figlio, tutti noi bambini venivamo portati in cucina o in una stanza. Ci veniva intimato di non muoverci, di non fare chiasso, di non dare fastidio a nessuno e soprattutto di non interferire nella grande agitazione che prendeva tutti i grandi, nel via vai di pentole e panni dietro la porta della camera dove tutte le donne a loro volta si erano radunate. Insomma la cosa non stava in piedi, mia mamma, la zia, portavano avanti per mesi quel pancione, lo accarezzavano, chiamavano i mariti a sentire il bimbo che si muoveva, e poi? Poi i figli li portava qualcun'altro ! Io non avevo il coraggio di dire tutto questo, c'era molto amore ed affetto tra di noi, ma non c'era la confidenza che c'è oggi. Parlare di certi argomenti faceva vergogna anche tra mamma e figlia, tutto sembrava essere vergogna e peccato. Ma io ero troppo curiosa e già avevo provato una volta a vedere quello che succedeva in camera quando stava per nascere mio fratello. Tutte le donne si erano già chiuse da un po' in camera con mia madre, che era rimasta a letto dalla mattina, e tutti dicevano che entro il giorno sarebbe nato il mio fratellino. Cominciai a sentire delle grida, e la paura mi strinse il cuore, mi avvicinai alla porta e guardai dal buco della serratura. Tutte le zie erano attorno al letto e in fondo scorgevo mia madre coperta da un lenzuolo con le gambe sollevate e le braccia dietro, attaccata alla spalliera di ferro. Aveva il viso rosso, sudata e sofferente, avevo paura che morisse. In quel momento arrivò qualcuno da dietro che mi prese per un braccio e mi portò via cercando di consolare la mia angoscia. "Non aver paura" mi dissero" vedrai che non c'é niente di cui aver paura, tra poco arriverà un fratellino e la mamma starà benissimo". E mi lasciarono sola con i miei pensieri. Ma presto capitò un'altra opportunità di soddisfare il mio bisogno di saperne di più, ormai avevo quasi dieci anni, e non ero più controllata come i più piccoli, così avvenne che una primavera, una delle mucche stava per partorire. In quell'occasione tutti gli uomini si chiudevano nella stalla, e con loro c'era quasi sempre anche il compare vicino di casa. Erano in grado di far tutto da soli, con i consigli dei più anziani, e solo se c'erano gravi problemi correvano a chiamare il veterinario. Quel giorno nell'aia c'era una gran pace, e io giravo in silenzio intorno alla stalla, con le porte serrate e nessuna voce che filtrava. Nessuno si stava occupando di me, e non resistetti alla tentazione di infilarmi nel fondino dove c'era la macchina trinciaforaggi e, da una porticina comunicante, intrufolarmi nella stalla. Mi inginocchiai dietro un mucchio di paglia, avanzata da quella con cui avevano fatto il letto per la mamma-mucca, e mi misi ad osservare cosa succedeva. Tutti gli uomini erano in camicia, con le maniche arrotolate ben sopra i gomiti, ognuno sembrava avesse un compito particolare, e parlavano tra di loro, a bassa voce. Alcuni cominciarono a lavarsi le braccia con il sapone e l'acqua di una bacinella e si guardavano intorno per controllare che le altre bestie fossero tranquille. Io sentivo il cuore battermi in gola, e avevo una gran paura di essere scoperta. Rimasi paralizzata quando qualcuno venne a sedersi appoggiato alla paglia, dicendo che ancora c'era da aspettare. Povera me, mi feci piccola piccola e scivolai verso il lato opposto, cercando ospitalità nel recinto dei vitelli. Questi mi guardarono con i loro occhi da buoni e non mostrarono alcun fastidio per la mia presenza. Così avevo trovato un nuovo punto di osservazione, migliore del primo, perché qui le tavole mi coprivano, lasciando un bella fessura da dove vedevo tutto senza essere vista. Mio padre stava raccontando di un altro parto, mentre lo zio Mariano accarezzava la mucca che sbuffava e aveva gli occhi così grossi come non avevo mai visto. "Speriamo che questo vitellino non si presenti doppio per il sedere" disse mio nonno rivolto al compare " altrimenti sono guai". Io non capivo niente di quei discorsi, ma mi sembrava sempre più chiaro che sant'Antonio, che stava poco li sopra, in un quadretto ingiallito e imbrattato, non c'entrasse molto con quello che stava per succedere. Piano piano la paura si sciolse, e la curiosità annullava anche il fastidio della mia scomoda posizione. La mucca cominciò a muggire più forte, a tratti, e ad allungare il collo. Tutti gli uomini allora si accostarono, attorno alla bestia che si coricava e si alzava in continuazione Vedevo i visi tesi e preoccupati, e quell'ansia di attesa cominciò a prendere anche me. La mucca cominciò a lamentarsi sempre più forte, e i muggiti finivano come lunghi sospiri, ruotava il capo, con quegli occhioni che sembrava stessero per uscire dalle orbite. Si vedeva bene che soffriva, e tutti adesso la accarezzavano sulla pancia, quel pancione enorme che sembrava dovesse scoppiare ogni volta che si adagiava a terra. Mio padre si avvicinò alla testa, prese in mano la cavezza, la corda con cui la mucca era legata, e sciolse il nodo dalla mangiatoia. Quella era l'unico situazione in cui una mucca poteva rimanere sciolta dentro la stalla. Mio padre adesso le parlava, ma io non riuscivo a sentire cosa diceva, certo la stava consolando, e anche a me faceva tanta pena quella bestia che si dibatteva. Mio nonno andò verso la porta , e tornò con un fagottino. Estrasse dalla tasca i fiammiferi e, acceso un lanternino, lo portò sotto l'immagine di Sant'Antonio. Anch'io, sottovoce, cominciai a pregare il santo perché facesse nascere bene e presto il vitellino. Pregavo anche perché non mi scoprissero, non si accorgessero di me e che nessuno mi cercasse intanto fuori della stalla. Avevo il terrore che qualcuno entrasse a scoprirmi lì dopo avermi inutilmente cercato per tutto il resto della casa. Per un po' la mucca si calmò, e nella stalla ci fu una gran pace, anche le altre mucche erano come attonite, tranquille e silenziose, parevano anche loro partecipare all'attesa. Ma subito gli uomini si rianimarono, sentii i più anziani che davano delle concitate indicazioni, accostarono il secchio con l'acqua calda, e si misero più vicini alla mucca. Quindi accadde l'incredibile. Da sotto la coda della mucca vidi uscire una cascata di liquido torbido e marrone. "Bene" disse il nonno " si sono rotte le acque". Chissà che voleva dire! A quel punto la mucca fece un forte muggito e si sollevò in piedi all'improvviso. Quello che vidi allora mi fece spalancare la bocca dalla meraviglia. Non credevo ai miei occhi. Li chiusi per un attimo, poi li riaprii. Non sapevo cosa fare o cosa pensare, avevo voglia di scappare via ma anche una gran curiosità di veder come andava a finire. Sentivo come un ronzio nelle orecchie che si confondeva con le voci agitate degli uomini. Ebbi un attimo di panico, con i brividi in tutto il corpo a una grande angoscia per trovarmi lì in quel momento. Ecco due zampette, pare pare, apparire sotto la coda della mucca, gli uomini sembravano soddisfatti. L'animale si era allungato e aveva le gambe in una posizione simile a quando faceva qualche bisogno. Dopo le zampe, con mio gran stupore, vidi apparire la testa, una testa così grossa che mi sembrava impossibile potesse uscire da lì, sembrava una vera magia. "Pronti ad aiutarla" disse il nonno a questo punto " questo è il momento" aggiunse "adesso". E vidi due uomini che afferravano le zampe del vitellino e cominciavano a tirare. Tiravano e tiravano a poca distanza dalla testa del vitellino che aveva già gli occhi aperti e sembrava che guardasse in faccia quelli che lo stavano aiutando a liberarsi da quella scomoda posizione. La mucca continuava a lamentarsi, con muggiti lunghi e sordi, sembrava che soffrisse molto, fino a quando il vitello fu tutto fuori e rimase per un po' adagiato sul letto di paglia. Guardai il vitellino che veniva pulito con la stessa paglia dagli uomini che gli sfregavano la pelliccetta marrone e gli frizionavano le gambe. Anche la mucca si girava per guardare il nuovo nato ma non si muoveva dalla sua posizione, e delle cose continuavano ancora ad uscire. A questo punto, mi prese un senso di schifo, di ribrezzo, sentii lo stomaco che mi si rivoltava, anche perché il nonno aveva preso la bocca del vitello, e gliela stava aprendo, sollevando la lingua e liberandola da quel liquido sporco che avevo visto prima. Mi venne un gran desiderio di scappare, di correre via, ma non potevo farmi vedere e dovevo ancora avere un po' di pazienza. Qualcuno era uscito per dare la notizia, e le porte della stalla vennero di nuovo aperte, tutti cominciarono ad arrivare. Tra i primi accorse la zia Natalina, che portava un secchio di beverone caldo per ristorare la mucca. Poi pian piano tutti gli altri, compresi i bambini che si strattonavano per vedere da vicino il vitellino. Io uscii di soppiatto dal recinto e mi mischiai a quel viavai. Mi avvicinai al vitellino, per accarezzarlo. Che peccato non poter raccontare a tutti i miei cuginetti quello che avevo appena visto! Guardavo il vitellino e sentivo di volergli un gran bene, a lui e alla sua mamma, che adesso lo teneva vicino a sé e lo leccava dappertutto. Com'era morbido e caldo, e che fatica aveva fatto per venire al mondo! La sera mi sentivo ancora tutta scombussolata, ero fiera
della mia esperienza e del mio segreto, ma avrei tanto voluto parlarne
con qualcuno e fargli tutte le domande che mi tenevo dentro e che mi angosciavano.
Come avrei voluto potermi aprire con qualcuno, e confidargli tutto quel
torrente di emozioni che avevo vissuto il pomeriggio. Ma dovetti tenermi
tutto dentro, e la notte mi sentii molto agitata. Mi svegliai di soprassalto
con un'inquietudine che non sapevo definire. D'improvviso
mi sentivo cambiata, avevo fatto un'esperienza che mi aveva fatto crescere
e che mi faceva pensare. Tanti dubbi mi passavano per la mente, avevo
scoperto da sola che la realtà era tutta differente da quello che
fino ad allora mi avevano raccontato. Mi sentii molto insicura e spaventata
dal futuro. Chissà quante cose avrei ancora dovuto scoprire, chissà
quanto del mio futuro sarebbe stato completamente diverso da quello che
mi aspettavo e da quello che gli altri mi raccontavano.
Ma è questo silenzio che anima nel mio cuore la poesia dei ricordi. La poesia che mi fa immaginare quel giorno in cui sono nata, oh casa mia, è la stagione più bella per la campagna, i colori, dal piano alla collina, diventano mille e l'aria è tiepida e pungente, profumata degli odori forti e legnosi che preparano all'inverno. Cerco con la fantasia di fare un volo all'indietro, mentre quella bambina veniva alla luce. La mamma, la mia mamma, immersa tra dolore e gioia, tra sfinimento e amore mi prende tra le braccia appena lavata. E tutte le altre donne presenti, la mia nonna, le zie e le comari vicine di casa, tutto il vicinato partecipava agli eventi delle nostre grandi famiglie, che fossero felici o dolorosi. Immagino l'ansia di tutti, sospesi per un momento i lavori quotidiani, che attendevano di sapere se arrivavano due nuove braccia per i campi o due nuove mani per la casa. Qualcuna sarà andata con premura ad accendere il fuoco per preparare un bacile di acqua calda, qualcun'altra avrà preparato le fasce ed i panni puliti dove avvolgere quell'esserino rosso e piangente che avrebbero chiamato Rina. Chissà quanto avrò pianto, con tutte le mia forze, protestando contro la mia nuova situazione, contro tutta quella luce, tutte quelle cose ruvide addosso, mentre io stavo così bene e al caldo nella pancia della mia mamma. Immagino che contrasto tra quel visino rosso e sfigurato dal pianto e tutte le facce sorridenti dei miei familiari, che in ordinata fila venivano a vedere la nuova arrivata. Tutti allegri, sollevati che fosse andato tutto bene, complimentando la mia mamma che tiene orgogliosa in braccio quel fagottino, come fosse il suo tesoro. Poi più tardi in cucina, vicino al focolare, nel cantone più caldo era già pronto il catino per il primo bagnetto, a cui tutti vogliono di nuovo assistere, con rinnovata meraviglia e curiosità, e cominciare i primi commenti sul suo destino. In genere i sentimenti dei contadini di allora erano di gioia sfrenata per i maschi, e di rinvio della festa quando nasceva invece una femmina. Questo non toglieva un grammo di affetto da parte degli adulti per le bambine, ma certo, quando poi vidi nascere i miei fratelli, era tutta un'altra cosa. Il bello era poi che invece nella stalla tutto si rovesciava, e gli uomini di casa facevano gran baldoria per ogni vitellina, perché le femmine valevano molto di più dei vitelli maschi. La mia nonna mi raccontava sempre che per me ci fu un'eccezione, e la nascita di quella bambina che ero io scatenò una grande allegria dato che ero la prima femmina dopo 5 maschi nati ai miei zii e zie. Mio padre e mia madre erano poi al settimo cielo nel vedermi forte e in salute, perché prima di me avevano già perso tre bambini. Due femmine gemelle nel primo parto e un maschietto nato successivamente. Mio padre mi diceva di aver subito pensato che una femmina primogenita sarebbe stata un gran aiuto per sua madre e per i fratelli più piccoli; perché sapevano che ne sarebbero arrivati ancora. Queste stanze ora vuote erano percorse allora da bambini di tutte le età, frotte di piccoli che godevano dei pochi anni spensierati sciamando tutto il giorno tra la cucina e l'aia, tra la stalla e il pagliaio. I miei ricordi cominciano a farsi luce verso i tre anni, e tu, casa mia, ne sai certo più di me, allora ti credevo la casa più bella del mondo, e chissà quanti segreti e quante cose hai visto accadere sotto le tue travi di castagno. Quanti ne hai visti nascere e morire, quanta allegria e anche tanto dolore, quanta quotidiana sofferenza, e anche tanta paziente rassegnazione. Una fede, una grande fede che dava la forza per andare avanti. Allora, nelle facce segnate della mia famiglia, vedevo le cicatrici del vivere, della lotta contro il destino e le stagioni. Una lotta che non prevedeva vittoria, ma solo la sopravvivenza e la testardaggine di non arrendersi mai Dai miei primi ricordi capisco che voleva dire mio padre quando mi teneva sulle ginocchia, di sera, vicino al focolare, e mi coccolava dicendo che era nata una mammina. Quando avevo due anni nacque un fratellino, e, a poca distanza, un cuginetto. Io li vedevo come due bambolotti, e mi intrattenevo con loro come per gioco, non avevo giocattoli. Il gioco più bello era scoprire tutto quel mondo intorno di natura e di animali. I bambini però mi attiravano, così ridicoli nelle loro fasce strette; parevano dei salami. Così non mi pesava passare il mio tempo con loro, non ero gelosa delle attenzioni che avevano tutti per loro, non sono mai stata invidiosa. Così, senza accorgermene, mi trovai davvero a prendermi cura dei più piccoli senza che nessuno avesse mai preso cura di me. Cominciai a sentire questa responsabilità, ero anch'io piccola ma ero la più grande dei piccoli e il mio dovere era badare a tutti quelli che via via erano nati dopo di me. D'improvviso non mi sentivo più una bambina, non avevo più modo di giocare, sentivo la responsabilità dei fratellini e cuginetti. Mi angosciavo nel vederli piangere o litigare, mi spaventavo nel cercarli quando sparivano, mi prendevo i rimproveri quando rompevano qualcosa o si facevano male: Ma anch'io, ero fragile e sentivo il peso di non dover esserlo, sentivo il vuoto di non essere coccolata, sentivo di essere troppo presto entrata nel giro dei grandi. Divenni più chiusa e riservata, cominciai piano piano a costruirmi un mondo dentro di sogni e desideri, e pochi nella mia famiglia riuscivano a capirmi e ad essere in sintonia. I più piccoli stavano spesso male, bronchiti e polmoniti erano mali di stagione che prima o poi toccavano a tutti. Gli inverni, casa mia, eri fredda da morire, si stava davvero male, e già a pochi metri dal focolare, gli abiti si gelavano sulla pelle. Si viveva molto male, non c'erano medicine, in campagna non arrivavano, e le cure prendevano origine dalla tradizione, i nonni erano i nostri stregoni. Preparavano impiastri con il lino cotto, con la cenere bollita in un sacchetto di tela messo sul petto e un mattone caldo sotto i piedi. Qualche volta i rimedi, le erbe, facevano effetto, ma tante volte non bastavano, e i bambini morivano. Tanti ne avevo visti, in casa e in chiesa, che non sarebbero mai arrivati ai sei anni.
Com'era inevitabile sfuggimmo al controllo delle donne in cucina, e ci precipitammo sotto le logge della stalla, per fare brevi corse sulla neve proibita, toccandola con le dita rosse e schiacciandola con i sandalini fasciati di lana subito imborfati e ghiacciati. Ma non sentivamo il freddo, troppa era l'eccitazione e l'attrazione della scoperta che finì per farci perdere ogni prudenza e quindi per farci subito scoprire sentendo i nostri schiamazzi. Qualche genitore venne a recuperaci e volarono rimproveri conditi da qualche ceffone, un rimbrotto particolare a me, che, dall'alto dei miei 5 anni, ero la più grande. Subito ci asciugarono e ci fecero cambiare davanti al fuoco, dove i pianti per gli schiaffi ricevuti si rianimavano col dolore delle dita intirizzite dal gelo e che il caldo del fuoco faceva pizzicare. Una delle mie cuginette, Vittorina, di poco più piccola, era sempre
stata soggetta alla tosse, e, quella stessa sera, cominciò a tossire
e a crescere di temperatura. Successe tutto così in fretta, la notte era calma e rischiarata da quella neve, da tutta quella neve che aveva coperto i campi e le strade. Che aveva attratto la nostra curiosità e che adesso impediva di andare a cercare aiuto. Il dottore di condotta era al paese, troppo lontano per cercare di andarci con il carro con tutta quella neve. Non restava che aspettare, sperare e pregare. Qualcuno si assopì su una sedia o al cantone, ma tutti rimasero in piedi per aiutare quella madre disperata a superare la notte. Alle prime ore del mattino la situazione sembrava migliorata, Vittoria sembrava addormentata, non tossiva quasi più, solo il viso era ancora caldo come il fuoco che aveva davanti. La sua mamma adesso gli teneva un panno umido, fresco, sulla fronte, e la cullava un po', consolata dal vederla più tranquilla. Io ero ancora lì, a guardare fisso quel visino esausto, gli occhietti che conoscevo così bene, adesso chiusi e un po' infossati. Ogni tanto il corpicino sussultava, come scosso da una tosse interna. Il respiro era lento, come un sibilo, la bocca segnata da una smorfia di sofferenza. Non capivo bene cosa poteva succedere, ero spaventata dagli sguardi angosciati dei grandi, e da quella atmosfera di ansiosa attesa. Cercavo di non farmi notare per paura che mi allontanassero, e piangevo sottovoce, guardavo la zia e Vittoria illuminate dal fuoco con quel dondolio incessante della madre che culla la sua bambina. Sentivo le lacrime che mi rigavano le guance, e un profondo senso di angoscia irrimediabile che mi stringeva il cuore. In quel lungo silenzio, col tepore del fuoco, mi addormentai. All'improvviso un urlo straziante scosse la cucina, entrò con violenza nel mio dormiveglia; sentii il cuore battermi forte in gola mentre spalancavo gli occhi e non sapevo se credere a ciò che vedevo o se fosse tutto ancora un brutto sogno. Mio padre corse verso di me e mi sollevò in braccio mettendomi il viso contro la sua spalla.- Voleva portarmi a letto ma io protestavo, "non ora", dicevo, "Vittorina è malata, devo starle vicino" e singhiozzavo "lasciami andare, ha bisogno di aiuto, ha bisogno di me, voglio che guarisca, io le voglio bene.....". E' incredibile come certi momenti della vita rimangono vivi e presenti anche a tanta distanza di tempo. Sento ancora il senso di vuoto nel vedere anche mio padre piangere mentre cercava le parole per consolarmi, per spiegarmi. Era la prima volta che la morte mi toccava da vicino, e non sapevo bene ancora che cosa fosse davvero, vedevo però che aveva un effetto terribile sui grandi, e questo mi dava una profonda angoscia. Tornammo dopo poco verso mia zia, che aveva ancora tra le braccia la nostra Vittorina, ancora addormentata. Forse sta' meglio, pensai, non tossisce più, e nemmeno le guance sembrava più rosse e segnate come prima. Mi sentii quasi sollevata, dorme come un angioletto. Mi accostai per darle un bacino e mia zia sollevò il viso. Stava piangendo a dirotto, singhiozzando con un'aria così triste e afflitta che mi fece riprecipitare nell'angoscia. "Vieni" mi disse la zia "non avere paura. Vittorina adesso non soffre più, Gesù Bambino l'ha presa con sé perché non avesse più dolore". Rimasi un po' interdetta, sentivo quello che mi dicevano, ma non capivo bene, sapevo che Vittoria adesso era un angioletto del Paradiso, e che sarebbe sempre rimasta vicino alla sua mamma e a me, che sarebbe tornata a giocare con me. Ma perché allora erano tutti così tristi e silenziosi? E i dubbi, le angosce si infittirono il giorno dopo, quando in casa c'era un silenzio innaturale, e tutti parlavano sottovoce, sembravano tutti in attesa sin dalla mattina, vestiti di scuro e pallidi in volto. Io mi sentivo molto turbata ed avevo smesso di far domande, ma vissi come un incubo la sorpresa dell'arrivo di quella piccola bara bianca. L'immagine della mia Vittorina vestita di rosa, con un fiocco tra i capelli come quando andava a messa, distesa in quella piccola cassa di legno, è sempre rimasta uno dei ricordi più forti di quegli anni. Non scorderò mai il tuffo al cuore, il vuoto nello stomaco che provai nel vedere il legno bianco scendere per l'ultima volta queste scale e lasciare per sempre questa casa. Per tanti anni ho dovuto combattere l'angoscia che tornava ogni tanto insieme a quel ricordo, da sola, senza spiegazioni, senza il coraggio di chiederle, mi dibattevo tra la paura e la speranza. La paura che mi prendeva quando pensavo a quella bara, al coperchio che aveva coperto il viso di Vittorina, al cimitero dove l'avevano sepolta sottoterra. Perché era successo tutto questo? Cercavo di confortarmi con la speranza che mi davano le parole dei miei genitori, che lei adesso era un angioletto volato in cielo, e da lassù, dal Paradiso, mi era ancora vicina e proteggeva tutti noi. Ma subito mi tornava davanti agli occhi quella fossa scura, e quella bara bianca. Povera Vittorina, sola, al buio, al freddo, chi la può sentire se chiede aiuto? Nessuno allora ci aiutava a capire, le verità sulla vita e sul mondo erano coperte da tradizioni e superstizioni, da condizionamenti morali e religiosi che invece di proteggerci ci lasciavano completamente indifesi davanti alla realtà in cui ci saremmo prima o poi imbattuti. Ma i grandi non lo facevano certo con cattiveria, loro erano le prime vittime di questo modo di fare, di un mondo ingiusto, di una vita durissima che portò via a mia zia altri quattro figli oltre la povera Vittoria. Certo, tu, casa mia, ti ricordi bene quante tristi processioni hanno disceso queste scale durante il tempo che ci hai ospitato. I Campi del Cielo dovevano avere bisogno di braccia come la nostra campagna, se Gesù chiamava a sé tanti contadini, adulti e bambini come i miei cugini e altri miei quattro fratellini. A pensarci adesso sembra incredibile la condizione in cui vivevamo in quegli anni.
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