LA PASSERELLA
 
     
 
15 ottobre 1949

Quel giorno di 49 anni fa era una giornata grigia e umida. Già da parecchi giorni pioveva e pioveva interrompendo ogni tanto solo per poche ore. I grandi alberi che circondavano le nostre povere case erano stati tutti spogliati dall'acqua battente. L'autunno, colorato e profumato fino a poche settimane prima, era ormai solo una distesa di foglie intrise nel fango. Dalla mia finestra vedevo il cielo scuro e pieno di nuvole, il forte vento le spingeva e disturbava il volo dei passerotti che sembravano come spaventati, come se il loro nido fosse rimasto allo scoperto e temessero anche loro, come me, la fame ed il freddo.
Il freddo era l'ospite fisso nelle nostre case di campagna, ma in quella ci abitavamo da poco tempo. Quello era il primo inverno che ci avrei passato ed ero molto preoccupata perché avevo appena partorito il mio primo figlio e quella casa mi sembrava troppo fredda e troppo umida per lui. Così, quel pomeriggio aveva smesso di piovere ed io pensai che era il caso di approfittare di quella pausa per andare a fare legna. Non volevo passare un'altra notte a fuoco spento con l'umidità che arrivava fin dentro il letto.
Erano quelli gli anni duri del dopoguerra, anni di sacrifici, di fame, di disperazione. Il lavoro non c'era e molti emigravano all'estero. C'erano lotte nelle campagne, dove i contadini si ribellavano contro i padroni. Così tanti lasciarono la terra per andare a fare gli operai, senza trovare poi quello che avevano sperato. Anche lì c'erano scioperi, disordini e confusione, e tanta disoccupazione. Pure mio marito aveva tentato questa strada, ma non aveva trovato un lavoro stabile, e arrangiarsi alla giornata non era facile. Lui poi aveva un carattere ribelle ed esuberante, poco responsabile, ed aveva sempre fatto il contadino. Non era uno scherzo cambiarsi di colpo in operaio ed io avevo capito che non potevo contare su di lui.
La nascita del bambino mi aveva reso felice ed allo stesso tempo aveva aumentato la mia disperazione, ogni giorno ero da sola ad affrontare i problemi della nostra povera casa, non avevo sostegno da nessuno nemmeno mio marito. Avevo un'angoscia tremenda che mi consumava l'anima, mi sentivo vuota dentro ed avevo paura di non riuscire a risolvere quella condizione.
Come ho detto abitavamo quella piccola casa fredda, brutta e senza servizi igienici. Eravamo in affitto ed io lì mi sentivo come abbandonata. Era una situazione per me sconvolgente, perché venivo da una grande casa contadina, con una famiglia numerosa, dove tutti si erano sempre aiutati l'un l'altro. Adesso non potevo chiedere aiuto a nessuno, ed in più non c'era lì la stalla, il granaio, la cantina, la legnaia dove ricorrere nel momento del bisogno. Anche nei momenti più brutti, da contadini, avevamo sempre qualcosa messo da parte per rimediare, ora io mi trovavo a non avere niente oltre le mie mani e la mia disperazione, nemmeno la legna per poter scaldare un poco il mio bambino.
Dunque mi decisi ad andare a cercare un po' di legna, ma prima di uscire dovevo sistemare il piccolo. Lo sfasciai perché era già tutto bagnato, ed aveva tutto il culetto rosso. "Povero bimbo mio" dicevo sottovoce, "chissà quanto soffrirai con queste fasce lunghe e ruvide su questa pelle tenera e delicata". Ma non c'era altro modo di custodirli, e, dopo averlo lavato, lo avvolsi con delle fasce pulite, come un salamino, dai piedi in su fino al petto, solo le braccia restarono libere.
Mi sedetti per dargli la poppata, sperando che così si sarebbe addormentato durante la mia uscita, e mentre lui succhiava il poco latte che riuscivo a dargli, muoveva quelle manine e mi guardava con quegli occhietti dolci e ingenui, mi fissava quasi preoccupato, come se avesse capito l'angoscia della sua mamma.
Mi vennero le lacrime agli occhi per l'emozione, me lo strinsi forte al petto riempiendolo di baci. Non volevo lasciarlo, ma dovevo. Lo rimisi nel suo lettino, coprendolo col balestruccio per salvarlo dalle zanzare e perché al buio pensavamo che i neonati stessero più tranquilli.
Chiudendo la porta dissi tra me " Che Dio ti benedica, piccolo amore, e ti protegga mentre io non ci sono" Misi la chiave in tasca, presi il ronchetto, la corda, il grembiule di balla e partii senza voltarmi indietro per paura di pentirmi. Dovevo arrivare giù a quella giuncaia tra il Chiascio ed il Tevere, un posto che conoscevo sin da bambina, lì nessuno mi avrebbe detto niente e non rischiavo nessuna contravvenzione.
Andavo giù verso i campi, svelta svelta perché temevo che il tempo peggiorasse da un momento all'altro e perché avevo addosso la preoccupazione del bambino lasciato solo; ed era la prima volta che accadeva.
Mi sentivo debole, avevo paura di non farcela, ma avevo bisogno di quella legna e non avevo alternative: Scesi lungo il Tevere e traversai il fiume su una stretta passerella che qualcuno aveva costruito con tavole e corde e che lì tutti usavano per passare dall'altra parte ed accorciare così la strada. Non c'era né sponda né corrimano, solo delle funi la tenevano agganciata ai pali sui due argini, e un semplice filo di ferro era tirato su un lato per poterci attaccare una mano e controllare così l'oscillazione. L'acqua del fiume era già torbida e ingrossata, ed avevo come il presentimento che l'onda di piena stesse per arrivare. Affrettai così il passo e, dopo poco, mi trovai sola in mezzo alla giuncaglia a tagliare alberelli giovani e verdi che certo poco fuoco avrebbero fatto. Ma non c'era di meglio. Mi venne addosso tanta malinconia, le lacrime mi uscivano da sole. Piangevo pensando alla mia triste situazione, e, con il cuore oppresso dall'angoscia, non mi seppi regolare con il fascio di legna, che era venuto troppo grande e pesante per le mie possibilità. Con uno sforzo sovrumano riuscii a caricarmelo in testa, e, a fatica, ripresi la via del ritorno.
Nel frattempo incominciò a piovere, ed il cielo si faceva sempre più scuro, c'erano quasi tre chilometri da lì alla casa, e tutto intorno non si vedeva anima viva. Le gocce erano sempre più fitte e violente, e presto tutto il viottolo divenne una pozzanghera. Presto le ciabatte si imbrattarono tanto da rimanere incollate nel fango, e lì affondate rimasero perché con quel carico in testa non potevo certo piegarmi per recuperarle, ma camminare a piedi nudi era una vera impresa sul quel fondo viscido come l'olio. Per non perdere l'equilibrio, con una mano reggevo il fastello sul capo, e con l'altra mi aggrappavo ai rami dei rovi, graffiandomi senza rimedio. Tra mano e piedi sentivo tanti di quei graffi da non distinguere più l'intensità del dolore, tutta la mia volontà era concentrata nell'andare avanti, ad ogni costo. Anche la gonna era ormai tutta fradicia, e mi si appiccicava alle gambe. Pioveva ormai a scroscio e la legna sembrava pesare sempre più, ma non potevo lasciarla: il mio bimbo aveva bisogno di un po' di fuoco.
Scesi piano l'argine fino ad arrivare di nuovo alla passerella. A stento, con angoscia ed esitazione, ci misi sopra un piede dicendo dentro di me: "devo farcela a tutti i costi!"
Il Tevere cresceva facendo un rumore spaventoso, portando con sé tronchi e rami che in continuazione urtavano la passerella. Ogni urto faceva oscillare e tremare le tavole sotto i piedi, ma sembrava di camminare su un piancito cosparso di sapone e dovevo lottare con le tavole viscide e con la furia dell'acqua sotto che le agitava. E lottavo, lottavo, lottavo con tutte le mie forze, con quel fastello in testa, costretta a camminare piano piano, per paura di cadere in quelle acque furiose, volevo arrivare dall'altra parte, e volevo arrivarci senza perdere la legna.
Quando arrivai a metà della passerella fu il momento più brutto, l'incubo più terribile, dovetti fermarmi, rimasi come impietrita, ero confusa non sapevo cosa mi stava succedendo, chi ero, dove mi trovavo, quel peso in testa mi sembrava una macina da mulino, che mi schiacciava da un momento all'altro, a quel punto pensai che non sarei arrivata mai dall'altra parte del Tevere, era come se non potessi andare più né avanti né indietro. Sempre più gonfio era il Tevere, la piena cresceva, faceva un rumore terrificante era quasi arrivato al livello della passerella, portando di tutto, perfino animali: maiali, polli, il rumore dell'acqua, del vento era quello di un brutto uragano di fine ottobre. Il vento strapazzava le querce ed i pioppi, che erano sull'argine lungo il fiume sembrava che volesse abbattere via tutto, credevo di impazzire in quell'inferno.
Il tempo non passava mai ogni minuto era un'ora, povera me! Povera me! Mi sussurravo in silenzio. Faticavo come una bestia per poter arrivare dall'altra parte insieme al fastello, ed il dubbio di non farcela mi spaventava sempre più; la passerella oscillava da far paura, e ogni volta che sentivo sbilanciato il mio carico, cercavo con la schiena di rimetterlo dritto.
Una fitta mi arrivò fino al cuore pensando al mio bambino, forse piangeva disperato, nessuno lo sentiva, nessuno c'era in casa, ma in fondo all'anima c'era una speranza, che l'Angelo custode gli era vicino, che qualche Santo lo aiutasse.
La mia mente era come in delirio mi sembrava di essere lì vicino a lui, parlargli assicurargli che la mamma arrivava presto, " sì qualcuno arriverà in tempo, ti salveranno tesoro mio, la mamma lì con te tesoro mio con il cuore e con l'anima". Quando l'ombra della morte ti sfiora, il sangue si gela, il corpo si dibatte, l'immaginazione vola, ci si trasforma in due personalità, a quel punto non ero più sola e disperata, ma con gran volontà e grinta, non cedetti alla stanchezza, con la forza della disperazione, arrampicandomi con le mani e con i piedi, tutta bagnata come un pesce ma dovevo farcela. Il Tevere era sempre più torbido e furioso, gonfio e spumeggiante trasportava di tutto, ed io guardavo quel vortice di acque aggrappata con una mano al filo della passerella, mentre con l'altra cercavo di mantenere il fastello al suo posto. Con le ginocchia piegate, la schiena curva per il peso e per il sostegno precario mi sembrava di essere sull'orlo del precipizio. Nessuno può credere, cosa si prova, solo chi ha avuto la sventura di trovarsi una volta a vivere quegli attimi infernali.
Proprio allora, la schiena cedette sotto il peso di quel fastello. Dio mio! Un dolore allucinante, mi sentivo già morta, non più sopra la passerella, ma a trascinata da un grosso tronco trasportato dal Tevere, da quel fiume che mi conosceva fin dalla nascita e che ora mi riprendeva con sé.
In quell'attimo spaventoso non sapevo più se sognavo, se ero viva, se ero morta. Ciò che vedevo davanti agli occhi era solo il mio bambino che piangeva, ma quel dolore alla schiena era così forte, così violento che mi sembrava di essere improvvisamente sorda, la sua vocina mi risuonava dentro il cuore ma io non sentivo più niente. Ero in balia della piena, ma l'anima mi spingeva vicino a quel lettino, pensando che non l'avrei più cullato, coccolato, e quelle poppate che prendeva dal mio seno, povero piccolo, aveva solo 40 giorni di vita, chi si sarebbe preso cura di lui! Tutti questi pensieri mi frullavano in testa, svelti svelti, a quel punto ho visto la morte, l'ho sentita ghiacciare le mie vene come se il sangue non circolasse più. Tutta gelata dalla testa ai piedi, in un baleno ho visto tutto il mio passato, il presente, mi sembrava di volare sospesa dalla terra, volevo stare lassù, e liberarmi da quelle sofferenze.
Ma qualcosa mi riportava giù a terra: qualcosa di soprannaturale che non so spiegare: mentre il mio corpo, l'anima, la mente vagavano tra la vita e la morte, mi son trovata di colpo fuori dalla passerella, stesa per terra infreddolita, scalza, i vestiti strappati, impantanati, pure la legna era con me! Era fradicia, piena di fango, però la piena non ce l'aveva fatta a portarmela via.
Fu una mezz'ora interminabile sembrava una eternità, ne uscii fuori come violentata, con la schiena rotta da non riuscire più a rialzarmi, pioveva ancora, nessuno passava sembrava la fine del mondo, ero terrorizzata, col buio imminente, nemmeno gli uccellini cantavano più.
Il rumore terrificante del Tevere, che sembrava il mare in burrasca, d'improvviso mi scosse, come se mi svegliassi da un sonno, e di colpo ricordai tutto! Oh mio Dio! Mio figlio, il bambino, devo correre a casa è solo, solo! Povera me, cosa sarà successo! Mi dicevo dentro di me via, via, fatti forza l'acqua è ancora vicina devi allontanarti alla svelta! Cercai di rialzarmi, non ci riuscivo, allora a cavalcioni con le mani e con i piedi mi allontanai piano piano, allontanando pure la legna, che a quel punto non volevo più cedere. Così feci rotolare il fastello in mezzo alla melma ma, alla fine, nemmeno un bastoncino potei portare a casa.
Con quel dolore allucinante alla schiena, camminavo a stenti, ma non pensavo altro che poter arrivare al più presto, la cosa più importante era mio figlio, quanta angoscia! Ma la strada sembrava non finire mai, e non smetteva un minuto di piovere!
Camminavo attraverso i campi, per arrivare prima, per allontanare la paura, parlavo da sola, pregavo, mi raccomandai alla Vergine Santa che niente di male fosse successo a quel bambino così piccolo che poteva solo piangere. Forse la speranza e la fede, mi hanno aiutato ad arrivare a casa. La mia casa era in un piccolo borgo, e, mentre mi avvicinavo, avevo paura che qualcuno mi vedesse, conciata in quel modo perché tra i vicini c'è sempre qualcuno pronto a criticare e a spettegolare.
Per fortuna con quel brutto tempo erano tutti in casa, poi era quasi buio, in tutte le case si vedeva la luce. La mia invece era così scura, che mi spaventai di nuovo. Mentre salivo le scale le gambe mi tremavano, il cuore mi batteva a velocità, non so spiegare in che stato ero. Presi la chiave dalla tasca ma non riuscivo ad aprire, proprio in quell'istante mi sentii chiamare ad alta voce, era la mia vicina, dal balcone di fronte al mio era una buona donna, ma si impicciava un po' dei fatti degli altri, mi chiese "dove sei andata con questo tempaccio? E il figlio lo hai lasciato solo?-"
Io non volevo che mi vedesse e senza rispondere entrai di corsa in casa, diretta verso il lettino ma tremante dal freddo, dalla paura, quel silenzio mi spaventò ancora, non riuscivo a scoprire il balestruccio, mi chiesi: " ma cosa mi succede?-" Ancora un altro sforzo, accesi la luce, tolsi balestruccio, lo vidi il mio bambino, poverino, tutto rosso non poteva più piangere, aveva portato il lenzuolino in bocca, forse aveva tanto pianto.
E se avessi tardato un altro po' chissà come sarebbe andata a finire, allora mi venne tanta angoscia, mi sentii una irresponsabile, non rendermi conto di cosa sarebbe potuto succedere lasciandolo solo.
Poi cercai di calmarlo dandogli una piccola poppata, ma non potevo prenderlo in collo, perché io ero tutta bagnata, gelata, infreddolita, non riuscivo né a pensare, né a fare.
Il fuoco era spento, la casa fredda, come avrò fatto a non prendere una polmonite! Qualche Santo di sicuro mi dette una mano. Cercai di accendere il fuoco con quel poco di legna che avevo.
Accidenti quel bel fastello avevo dovuto lasciarlo là chissà se il Tevere me lo porterà via!
Il fuoco era poco e non riuscivo a riscaldarmi credevo di morire anche perché il dolore mi prendeva tutta la schiena, era come se un coltello mi avesse tagliato a metà.
Più tardi, dopo aver fatto le cose più necessarie, non riuscendo a scaldarmi e nemmeno a mangiare, decisi di mettermi a letto per distendere la povera schiena e cercare di scaldarmi un po' sotto le coperte. Abbracciai mio figlio e mi distesi, ma non riuscivo a dormire, il dolore era sempre più forte, ed era come se il buio, il freddo ed il silenzio aumentassero quella fitta che era già insopportabile.
Di lì a poco rientrò mio marito, ed io ebbi quasi paura, non volevo che sapesse niente di ciò che era successo, tanto con quel suo carattere non avrebbe capito, anzi, ne avrebbe approfittato per rimproverarmi, come al solito. Difatti non si accorse di niente, dello stato pietoso in cui mi trovavo e della faccia angosciata che dovevo avere. Così, ancora più umiliata e sconsolata, chiusa nel mio dolore, strinsi ancora di più il piccolo tra le braccia e cercai di dormire.
Ma non riuscivo né a riposare né a riscaldarmi, forse avevo al febbre, e brividi continui mi passavano lungo la schiena. Fu una notte agitatissima, tra sogni e delirio, con incubi terribili che mi tormentarono per tutta la notte. Mi rivedevo sopra la passerella, con l'acqua del fiume che ormai l'aveva sommersa, con grossi tronchi che minacciosi galleggiavano tra la schiuma torbida. Mi sentivo trascinata via, la sponda si allontanava sempre più, ed io mi sentivo come paralizzata, vedevo il mio bimbo là, sull'argine, che piangeva e gridava con tutto il suo fiato, e agitava le manine disperate verso di me. E con tutte le mie forze volevo arrivare a prenderlo, ma l'acqua mi schizzava addosso, e la furia del fiume mi portava sempre più lontano. Tra le grida del bambino e il muggito del fiume mi sembrava come di impazzire, ed ebbi come un sussulto, la sensazione di precipitare di colpo in una voragine, che mi fece svegliare di soprassalto. Ero senza fiato, spaventata, gelida, ma per fortuna nel mio letto, e mio figlio era lì accanto a me. Respirai profondamente nel freddo silenzio della casa, era quasi giorno ed era già ora di alzarsi. " Dio mio " pensai " quanta sofferenza, dammi tu la forza perché con questo dolore così acuto, mi sembra di morire".
Guardai il mio bambino che dormiva come un angioletto e gli dissi sottovoce " Piccolo mio, caro mio bambino, avremo tanto da soffrire ancora io e te, ma, con l'aiuto di Dio,
te lo prometto, ce la faremo!"